I desideri dei bambini danno ordini al futuro, il futuro è un domestico lento ma fedele“, scriveva una volta un tizio paziente in un libro paziente. Ecco: Accursio Craparo, secondo me, doveva essere un bambino di quelli educati e taciturni, ma con un domestico fedele fino alla testardaggine. Un domestico a cui la Stella di ieri dev’essere arrivata, chissà quanto lontano nel tempo, come un ordine potente e perentorio.

La storia di Accursio la terrò sempre a mente per questo: perchè è una lectio magistralis sulla pazienza, sull’intensa operosità dell’attesa, sulla lucida consapevolezza che bisogna stare in piedi sulle proprie gambe e diritti su una strada sola, anche se di solito è la più lunga e in tanti momenti, percorrendola, sembra di non arrivare mai.

L’ho visto arrivare a La Gazza Ladra, più di dieci anni fa, e incamminarsi subito dritto su quella strada, con una mano ogni tanto nella tasca dei suoi amuleti, le lisce e fresche pietre di fiume raccolte nelle cucine di Pietro Leemann e di Massimiliano Alajmo e poi al tavolo del Caffè Sicilia, quello delle infinite chiacchiere con Corrado Assenza.
L’ho visto accogliere la prima Stella, con la grinta di un milione di possibilità tutte da inventare, e con il doppio per prepararsi alla seconda.
L’ho visto prendere il coraggio a due mani per interrompere quella corsa bruscamente, senza rimpianti, pur di non rischiare la caduta, pur di non rischiare di smarrirsi. L’ho visto a quel punto fermarsi, rimettere ordine in valigia e ricominciare da capo, passando per la palestra della Locanda del Colonnello senza stancarsi nemmeno un giorno di dare il meglio di sé in una cucina pur così diversa da quella che aveva ben chiara in testa, per il suo progetto.
L’ho visto girare in lungo in largo in quella città che l’aveva adottato, Modica, per trovare il posto giusto che potesse somigliare a casa sua, che potesse somigliare al suo stile sobrio e misurato ma denso di una personalità inconfondibile e incomprimibile. L’ho visto mettere ogni grammo della sua concentrazione e della sua energia nel trasformare quei bassi freddi e rugosi in uno scrigno di tesori, scegliendo ogni mattonella del pavimento, la forma e il colore di ogni sedia, ogni singola tovaglia di lino.
E qui, dentro Accursio Ristorante, l’ho visto riprendere spedito il cammino. E nel frattempo l’ho visto a Londra, unica anima possibile della grande casa della cucina italiana di House of Peroni, e poi tra le vette innevate di Cervinia, a indagare su come fare un’arancina di montagna con barbabietole e blue d’Aosta. L’ho visto nella sua cucina ogni giorno, in ogni stagione dell’anno, non perdere mai quel sorriso di bambino ancora così autenticamente capace di stupore di fronte a questa meraviglia che è la natura e di fronte alla generosità con cui si offre a ogni cuoco che le si accosti con devozione, con l’unico desiderio di trarre l’essenza della materia, così come il diamante puro che sta al centro di ogni storia, di ogni memoria di un territorio come il nostro.

L’adattamento, la resilienza, la dimostrazione che possiamo umilmente trovare il modo di stare, restando fieramente noi stessi, in qualunque circostanza la vita ci ponga, attraverso qualunque luogo passi quella strada che è la nostra (e verso cui ogni scorciatoia sarebbe un tradimento, un’illusione, una menzogna), è quello che ha già spinto l’anno scorso Sicilia all’Opera a premiarlo tra i volti di quest’Isola a cui è affidato il compito di portarla nel futuro.

Insieme, l’abbiamo visto ieri su quel palco, a Parma, riprendersi ciò che era suo. L’abbiamo visto riprendersi ciò che era suo e non fermarsi nemmeno un secondo a prender fiato, ricominciare subito a camminare sulla stessa strada sui secondo me – basta guardarlo – quel domestico lento, di ordini da eseguire, ne ha ancora qualche altro.

Niente auguri adesso, tranne uno: buon lavoro Accursio, buon lavoro a noi!

Accursio, la Stella e una lectio magistralis sulla pazienza

Concetta Bonini
Concetta Bonini

Giornalista professionista, quotidianamente errante tra le strade dell’Isola. Innamorata del valore culturale di alcune cose semplici come la terra, il cibo, il vino, mi sono data lo scopo di aiutare coloro che, occupandosi di queste nobili cose, meritano anche di saperle raccontare. Ho incontrato il giornalismo perché, in realtà, cercavo le storie. E mi sono nutrita, sin da molto prima di esserne consapevole, di quell’idea di cui Erving Polster ha detto: “Ogni vita merita un romanzo”. Perché compiendo l’atto di scegliere le parole, trama delle relazioni, definiamo ogni giorno il nostro orizzonte di senso. Superiori ad esse, ho trovato nel mondo solo il mare e la musica. Il mio disco dell’isola deserta è “Kind of Blue”, di Miles Davis: il mondo intero, in fondo, si definisce tra queste infinite sfumature di blue, che riesce ad essere in un tempo solo il colore della malinconia e quello della gioia di vivere.

Categorie: RITRATTI
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