STORIE

Di Gaetano Di Pino arrivano subito le mani: la stretta con cui accoglie i visitatori nella sua azienda, che poi è anche casa sua, è vigorosa e sicura, nodosa come i tronchi degli alberi che hanno visto tante estati e inverni e li sanno ancora citare tutti. Mentre racconta della sua storia di imprenditore agricolo nella voce si sentono le fessure del tempo: le parole ricompongono una saga familiare di cui ogni ascoltatore, per un attimo, si sente parte.

Busulmona è una contrada a pochi chilometri da Noto. Dalla piccola altura su cui sorge l’azienda agrituristica che la famiglia Di Pino ha fondato nel 2001 si coglie con una sola occhiata tutta la vallata antistante. Un luogo che perde i connotati fisici e diventa manifestazione di una natura rigogliosa e impervia senza tempo. Per l’uomo che vi arriva la devozione a tanta bellezza può condurre solo a due strade: impadronirsene oppure diventarne amico. Gaetano Di Pino aveva già nel cuore i semi della bellezza di Noto, dove era giunto per un breve viaggio nel 1982 da Centuripe; qualche anno dopo ci torna e l’innamoramento sboccia in amore. “Centuripe era l’espressione della Sicilia più difficile e chiusa negli anni Ottanta. Ogni sera in campagna svuotavamo il serbatoio della benzina dei mezzi agricoli e li nascondevamo per evitare di farceli rubare. Sono arrivato a Noto e ho trovato i trattori abbandonati a sera in mezzo ai campi, esattamente nel punto dove l’indomani i contadini avrebbero ripreso il proprio lavoro”. Gaetano Di Pino decide di trasferire il suo sogno (e la sua famiglia) qui. Inizialmente pensa di fare un allevamento di lumache e cerca un pezzettino di terra a misura di progetti semplici pragmatici, ma Busulmona, con i suoi 27 ettari di bellezza, li scompiglia. Acquista l’intero appezzamento e da qui ricomincia, producendo soprattutto mandorle e olive. Il loro olio, quest’anno, è stato inserito tra i migliori 20 di Sicilia dalla classifica stilata da Dissapore.

Come ogni grande amore, il caso è poi sostenuto dalla testarda devozione alla causa: per Gaetano Di Pino i motori dell’impegno hanno il volto di Andrea, Luca e Flavia, i tre figli che crescono dentro questo pezzetto di paradiso.

Mi hanno sempre insegnato che se vuoi qualcosa, devi guadagnartela; qualunque cosa tu possa ottenere dagli altri, sarà un pezzo di ciò che è rimasto. Questo ho trasmesso ai miei figli e per loro ho voluto un sogno all’altezza delle loro forze: perché non si rammollissero dietro una vita facile, ma conquistassero pezzo dopo pezzo il loro posto”.

Esperimento riuscito: Andrea a 29 anni è padre di due bambine, la terza generazione di Busulmona e governa i lavori di ogni stagione della campagna; Luca a 26 anni è il sorriso che accoglie i visitatori a Vendicari; accanto all’ingresso dell’oasi naturalistica, infatti, la famiglia Di Pino ha creato un accogliente punto ristoro, Dalla Terra Bistrot, dove serve i prodotti dell’azienda agrituristica (marmellate, conserve, aromi); Flavia si è impegnata negli studi di Scienze Politiche, ma progetta già il ritorno a casa per infondere nuove competenze al progetto Busulmona.

A sorreggere tutti e a testare le ricette dei prodotti “Dalla terra” c’è la signora Anna Stella, matriarca dal sorriso ampio e dagli occhi comprensivi. Anche lei nata a Centuripe, un sottile accento straniero  ne tradisce i lunghi anni trascorsi a Parigi. “Quando le chiesi di venire con me in Sicilia- racconta Gaetano- sapevo che le stavo proponendo una follia: rinunciare alla vita di Parigi per una terra che ancora era molto indietro. Ma non si è fatta spaventare dal salto e da allora i nostri passi sono stati sempre uno al fianco dell’altro”. A vederli battibeccare oggi, attorno al grande tavolo in marmo della cucina di Busulmona, si capisce che non potrebbe essere altrimenti. 

La passione, come l’impegno, dopo tanti anni non si è ancora sopito. I progetti si consolidano e si rincorrono grazie al fermento e alla curiosità verso le innovazioni che oggi rendono l’agricoltura un tassello di valorizzazione del territorio. “Con il punto ristoro a Vendicari– racconta Di Pino- abbiamo integrato la filiera; siamo agricoltori, ma anche produttori e ambasciatori del territorio. Ogni anno centinaia di visitatori si fermano nella nostra piccola oasi; siamo consapevoli che conoscono la Sicilia anche attraverso le nostre parole, i nostri servizi e i prodotti che proponiamo. Per questo chiedo sempre a tutti di ricordarci di essere all’altezza della terra in cui abbiamo la fortuna di vivere”.

Se gli chiedi com’è questa Sicilia, rispetto a quella che conobbe quasi 30 anni fa, le mani anticipano la voce: si muovono veloci, congiungendosi in una stretta felice; un riflesso di forza scorre su tutto il viso sempre abbronzato, illuminando gli occhi:”Trent’anni fa guardare avanti era difficile, tutto era buio e non si vedeva nessuna luce. Oggi credo che sia molto diverso, le difficoltà rimangono, ma almeno abbiamo la possibilità di intravedere dei traguardi e di poterci lavorare con le nostre forze”.

Vorrei ancora chiedere al signor Di Pino qual è il segreto per mantenerle forti e efficaci, queste forze che ci accompagnano e, qualche volta, ci tradiscono durante il cammino. Accoglie la nipotina che gli salta in braccio, la stringe con delicatezza, accarezzando il ricciolo di marmellata che è rimasto sul viso, complice di una marachella in cucina e strizzandole l’occhio, commenta:”In fondo non si è raggiunto mai nulla di importante senza determinazione”.

 

 

 

 

 

RITRATTI

Lidia ha le mani e gli occhi grandi. Negli spicchi verdi che le illuminano il viso c’è la sfumatura dei boschi dove è abituata fin da piccola a scorazzare per raccogliere la Nocciola dei Nebrodi; nei solchi delle mani si legge il resto della storia, quando il frutto è portato nel suo laboratorio, ripulito, sgusciato, tostato, coccolato e vezzeggiato, fino a prendere la forma di uno dei dolci con cui apparecchia la sua tavola: cioccolatini ripieni, torte, biscotti, pasta reale.

Lidia è la signora delle nocciole dei Nebrodi: basta ascoltarla parlare per qualche minuto per comprendere che questo frutto racchiude ben più che le fila di un lavoro. “Per me la nocciola è madre ed è sorella- racconta-. Io e i miei fratelli le dobbiamo tutto: siamo cresciuti con le mani tra i terreni dei noccioleti, facevamo a gara a chi era più veloce a riempire i sacchi di juta: il premio era poter tornare a casa a vedere i cartoni animati. Abbiamo imparato lo scorrere del tempo e la pazienza, tra i suoi rami, il rispetto mentre pulivamo i terreni dove ci saremmo inginocchiati al momento della raccolta, la cura nel preservarne le caratteristiche più preziose sperimentando la tostatura delicata ed efficace, la fantasia nell’immaginare cosa sarebbe diventata in laboratorio. Devo alla nocciola non solo il mio mestiere,  ma anche la possibilità di fare studiare i miei figli. Per questo il mio cuore rimane legato a Tortorici: se me ne andassi in una città più grande, probabilmente riuscirei a dare più valore ai miei dolci, ma perderei la mia identità. Sarebbe un atto di ingratitudine e la terra ti insegna ad essere grato, anzitutto”. 

L’identità di Lidia oggi si chiama Dolce Incontro, la pasticceria tra le viuzze di Tortorici, Comune di poco più di 6 mila anime nel messinese che è immerso nei noccioleti tra il versante nord dell’Etna e la costa settentrionale dell’isola.

L’infanzia di Lidia è stata ricca di suggestioni campestri:”Io so come si munge il latte, come si fa la ricotta, so come si miete il grano. Oggi non si fa che parlare di grani antichi, ma antichi per chi? Mia mamma in cucina usava la farina Maiorca, andavamo al mulino per accertarci che ci mettessero da parte il grano buono, ma quello buono davvero. Oggi in pasticceria io continuo a fare la cosa più semplice del mondo: cucinare i dolci della tradizione senza scorciatoie. Mi sono fatta costruire apposta gli strumenti che mi servono, i miei cioccolatini sono immersi uno per uno nel cioccolato e poggiati sulla grata ad asciugare, riusciamo a farne 2 mila in 24 ore in questi giorni per prepararci alle feste di Natale”. 50 kg di nocciole a settimana, 120 pezzi di pasta reale a settimana: sono numeri da produzione intensiva, eppure Lidia tosta e macina con l’accuratezza delle artigiane di una volta, insieme alle sue collaboratrici.


Ne parla come della cosa più ovvia al mondo, ma basta poggiare i suoi dolci al palato per comprendere che questa semplicità deve avere genitori assai complicati: la capacità di mantenere intatto l’aroma persistente della nocciola, di accarezzarlo con il cioccolato senza mai domarlo, così come la fragranza della sua pasta reale, rigorosamente solo con “granella di nocciola, zucchero e acqua”, che esplode in bocca destando sorpresa anche a chi è abituato a frequentare il gusto come uno dei sensi che dà bellezza alla vita.

Glielo faccio notare e lei sorride. Apre gli occhi e spalanca le mani, quasi a voler rappresentare quanto grande sia lo slancio che sta per dire. E poi si ferma e si ricompone con un sorriso che anticipa le sue intenzioni:”È il miracolo della nocciola dei Nebrodi”. E giù con i ghiri, “che hanno il vizio di svuotarci i gusci”, e via alla requisitoria sull’estate troppo calda che “ha fatto asciugare un po’ l’interno del frutto. Ma neanche lei ha potuto asciugare via il sapore”: della nocciola Lidia è davvero figlia e sorella, ne conosce ogni piega, ne interpreta ogni spezzone della storia, ne condivide le difficoltà.

L’amore per i campi ha attraversato altre sfumature: quelle che l’hanno portata fino a Siracusa per raccogliere fragole e a Sciara a raccogliere le olive; fino a quando un giorno, guardando la maglietta scolorita dal sole che si toglieva a sera, si è sentita uno strumento nelle mani altrui e ha deciso:”Non voglio più stare in ginocchio sotto gli ordini di altri”. Ha abbandonato i campi ed è passata poi alle trine e ai merletti di una sartoria di abiti da cerimonia:”Mi piaceva e mi divertiva stare in mezzo ai vestiti eleganti, sono entrata che ero una ragazzina con le scarpe vecchie da ginnastica e sono uscita una signorina che imparava ad apprezzare il velluto e il taglio degli abiti fatti bene. Ma le gonne, ancora oggi,  ho un po’ di vergogna a metterle; le ginocchia rimangono sempre un po’ scure e rugose per la raccolta delle nocciole, così come i gomiti, e da ragazzina mi vergognavo a spiegare perchè”.

Il richiamo della nocciola è stato però più forte: trasforma il bar acquistato insieme al marito in una pasticceria e riparte proprio dai biscotti di nocciola che la mamma preparava per la famiglia in attesa del Natale. Da allora non si è più fermata, recuperando dalla tradizione le preparazioni tipiche del territorio, andando a scovarne nei frammenti rimasti impigliati tra le mani e i ricettari delle vecchie massaie, rispolverando i procedimenti di lavorazione che rendevano i dolci dei suoi ricordi un patrimonio da condividere. Con questi dolci ha conquistato nel 2014 la giuria del premio “Best in Sicily” di Cronachedigusto.it, che l’hanno insignita del premio “Migliore pasticceria”, fino ad arrivare, un anno dopo, all’Expo milanese, dove ha rappresentato la Sicilia nei due mesi conclusivi della manifestazione. Lidia va, parte, partecipa alle fiere e alle esposizioni, come alla recente edizione di TaorminaGourmet, porta il suo sorriso e le sue dolcezze, ma poi torna a Tortorici. Torna a tostare nocciole che ha raccolto, torna a sfornare dolcezze che spedisce in Italia e nel mondo a quanti, dopo averli assaggiati, ne sentono la mancanza; sogna di far crescere la sua pasticceria, renderla una produzione artigianale più ampia che possa arrivare nelle case anche di quelli che abitano lontano.

Fa sogni grandi Lidia e li nutre di gesti piccoli: dice grazie a tutti quelli che le fanno i complimenti, distribuisce cioccolatini come fossero pezzetti di felicità in saldo, racconta le avventure della sua famiglia immensa: tre sorelle e due fratelli, ma soprattutto un padre e una madre che giganteggiano nelle sue parole. Racconta della forchetta tedesca, quella che “un soldato regalò a mio padre insieme a un po’ di scatolette nei giorni del razionamento. Ce lo raccontava a sera con gli occhi che luccicavano al ricordo. Non aggiungeva nulla, ma a noi arrivava la gratitudine, la commozione e la forza di una solidarietà che non sapeva spiegare, ma che ci ha insegnato, vivendola.  A sera era una corsa per chi dovesse mangiare con la ‘forchetta tedesca’, il premio che a turno condividevamo attorno a una tavola dove non si litigava mai e si dava valore alle cose per la loro storia e non per il loro prezzo”.

Come le nocciole: si vendono a peso, ma sui Nebrodi si stimano dai segni che lasciano sulle mani, sui gomiti e sulle ginocchia. Forse è questo intreccio a rendere i dolci di Lidia più che una somma di ingredienti. Lì dentro ci sono i ricordi e i desideri che accumula insieme alla sua Nocciola dei Nebrodi.

STORIE

Per questo gli uomini muoiono: perché non sanno ricongiungere il principio con la fine
(Alcmeone di Crotone, medico della Scuola Pitagorica)

 

Ci sono tanti modi per essere siciliani. Questa terra dall’identità così molteplice e panica, malgrado lei,  continua a sorprenderci attraverso le storie dei suoi figli. Quelli migliori.

Possiamo domandare cosa significa essere nati in Sicilia e quale eredità se ne può distillare ai due fratelli Alderuccio, Stefano e Gianluca che, partiti da Noto giovanissimi, oggi tornano a renderle omaggio, uniscono passato e presente, saldano generazioni  con testa e cuore, storia familiare a storia collettiva con una operazione di raffinata ricerca e autenticità. Da Noto a Grasse, patria della parfumerie francese, e ritorno.

Si può tornare a casa catturati da una fragranza misteriosa ed impalpabile che, come la madeleine di Proust, ci restituisce intatta la malìa inquieta di certi tramonti d’estate, l’assolo di cicale e grilli da una terrazza intagliata nell’oro caldo della pietra, e ritrovare, fuori dal tempo, il senso segreto di un istante scolpito nella memoria: quel gelsomino che a sera si schiude e disperde struggente il suo profumo, contro un cielo punteggiato di rondini.

Salvatore Scorsonelli

Si può ritornare bambini e giocare fra petali di mandorlo che, a primavera, ammantano di bianco la terra nera della campagna siciliana e sentirne il dolceamaro della sua essenza, le lotte aspre dei contadini, la durezza della fatica riscattate da una imprevedibile e provvida dolcezza che pasticcieri come alchimisti trasformano in paste morbide, frutta di zucchero, confetture, granite. Il profumo ti viene incontro lungo le vie antiche lastricate di pavè nero e ciottoli di fiume. Un rapimento dei sensi, promesse di indugi meditativi del gusto, di esplorazioni olfattive al confine fra eccessi e sobrietà. Autenticità. Ricerca pura.

Si può ascoltare il racconto di una Sicilia che non c’è più, e farla rivivere, storditi dalla luce abbacinante. Nell’odore profondo della zagara, presentire la forza del sole che fa rosse e succose le arance amare, e scoprire pagine inedite di una civiltà di siciliani industriosi e ingegnosi che solo mezzo secolo fa distillavano dai fiori della zagara il Neroli, l’essenza siciliana più pregiata per mandarla in Francia perché diventassero eau de parfum.

E così il nostòs, il ritorno, si illumina di bianco e si profuma con i toni un po’ epici e un po’ poetici di un cunto popolare.  Lungi dall’essere una banale operazione “nostalgia”, la storia di questi profumi di altissima qualità  dallo stile contemporaneo, è un modo di dire Sicilia, un modo colto e intraprendente di rinascere, atto di riconoscenza ad una terra, inebriante e mitica che entra nel respiro e nel sangue, diventa talento.

Stefano Alderuccio
Gianluca Alderuccio

 

 

 

 

 

 

Negli anni ’50, nella città barocca di Noto, in una Sicilia poetica dalla natura ancora intatta, Salvatore Scorsonelli, nonno materno di Stefano e Gianluca, intraprende un’attività di fabbricazione di essenze floreali ed in particolare di zagara, il fiore delicato e inebriante dell’arancia amara. È in Via dei Mille, di fronte alla sua casa, in un grande orto con piante di gelsomino, mandorli, agrumi, che Salvatore installa la distilleria in cui per più di dieci anni fabbricherà una delle essenze più preziose utilizzate per la formulazione dei profumi. L’essenza, di grandissima qualità, estratta tramite la distillazione in corrente di vapore, era destinata ai parfumeurs di Grasse, in Francia. “Da bambini giocavamo spesso nell’orto dei nonni. Con i miei fratelli penetravamo in quel luogo misterioso che erano le rovine delle distilleria. Il tetto cadeva giù, gli alambicchi, i flaconi, le caldaie erano ricoperti di polvere, ma le mura erano ancora impregnate di profumo d’essenze, un profumo che non ho più dimenticato.” Nei ricordi di Stefano la traccia indelebile di quell’infanzia. Gli anni passano, i giovani dal Sud si spostano verso il Nord, studiano.  Si va lontano per cercare il successo, la realizzazione.  Laureato in Economia alla Bocconi di Milano, Stefano  gira il mondo lavorando come manager per grosse aziende per poi stabilirsi in Francia, Gianluca invece è creative director e designer a Milano. 

Ma arriva il momento in cui le radici tirano, potenti e padrone, verso la terra madre. Dai cassetti della memoria, elusiva ed impalpabile come un profumo,  ritornano il laboratorio di Via dei Mille, il nonno Salvatore e i suoi alambicchi. Una storia bellissima della Sicilia che gli Alderuccio vorrebbero non andasse dimenticata.

 Nel 2011, Stefano, anima inquieta e creativa, inizia a lavorare al progetto di rinascita dell’attività familiare legata alla profumeria, si mette sulle tracce del nonno per capire i motivi per cui quell’attività ricca di ricordi e di aneddoti, di cui si parlava spesso in famiglia, si fosse interrotta, e per vedere se non fosse in qualche modo possibile resuscitarla. Con Gianluca e il parfumeur francese Jacques Chabert lavora per far rinascere l’attività legata alla profumeria che la sua famiglia aveva iniziato a Noto, in Sicilia, negli anni ’50. È così che inizia allora un viaggio nel mondo delle fragranze, un viaggio che dalla distilleria abbandonata di Via dei Mille, porterà nuovamente Stefano da Noto, dalla punta estrema della Sicilia, a Grasse, a Parigi, a Firenze, per poi ritornare di nuovo in Sicilia alla ricerca dei migliori artigiani, delle migliori materie prime siciliane con una sola idea: far rivivere quei profumi.

Nasce IANCO, frutto di un lavoro di ricerca esigente e della selezione di materie prime di origine siciliana. Una condizione essenziale, la sola che può far rivivere un pezzo di storia familiare legata alla profumeria e strettamente connessa alla storia manifatturiera della Sicilia, che fino alla seconda metà del ‘900 ha prodotto essenze estratte da frutti, fiori e piante locali destinate all’industria della profumeria francese. Un’attività che, con qualche eccezione, scomparve bruscamente per l’introduzione delle sostanze sintetiche nella fabbricazione dei profumi e lo sviluppo dell’attività estrattiva in paesi con costi di produzione più bassi come il Nord Africa. I fratelli Alderuccio ci lavorano per quasi due anni.

Di Gianluca è il linguaggio visivo di Via dei Mille · Sicilia, un universo estetico che rivisita la tradizione, lontano dagli stereotipi.  Nei dettagli spesso ignorati, negli elementi decorativi minori, nei ricami e nei fregi, nei disegni delle maioliche, nell’eleganza dei balconi in ferro battuto, trova ispirazione per costruire un immaginario evocativo e originale. Un processo creativo che ha visto vari stili dapprima sovrapporsi, poi disgregarsi, per riapparire infine nella raffinata forma di un “minimalismo barocco”. Anche nel packaging Stefano e Gianluca hanno voluto fedeltà al concept del progetto. I profumi Via dei Mille · Sicilia sono confezionati infatti in flaconi provenienti da una delle più antiche vetrerie italiane, e custoditi in un cofanetto realizzato con pregiate carte naturali. Ogni cofanetto è rivestito da una guaina su cui sono impressi a sbalzo i motivi rivisitati di antichi decori siciliani. La collezione IANCO, in particolare, riprende i disegni di alcune pavimentazioni storiche in maiolica di un suggestivo convento settecentesco nei pressi della città di Noto.

La dominante di bianco impreziosito da dettagli in nero, che caratterizza il packaging, rimanda agli interni delle chiese e dei palazzi tardo-barocchi che, a differenza delle sofisticate facciate, sono spesso rivestiti da un intonaco bianco sul quale stucchi ed elementi decorativi scultorei risaltano sottolineati da sottili bordature di colore nero.

Dagli anni ’50 al 2017. Un cerchio che si chiude, si ricongiunge il principio con la fine. Si torna a Noto, in Via dei Mille.

 

 

 

 

STORIE

C’è un ingrediente di cui in cucina non possono essere previste le dosi esatte: il tempo. Il giro delle lancette qualche volta aiuta a dosare il calore, o a prevedere la lievitazione degli impasti, ma spesso agisce in totale silenzio e solitudine. Sembra non fare squadra, il tempo, ostinato a giocare una partita muta e silenziosa che non offre vocabolari per tradurne la sintassi. Ci serve il racconto finale senza spiegare come ha trovato le parole. Eppure le trova, sempre, mentre trasforma quanto tocca. Lo sa bene Angelo Suffia, maestro pastaio che da Raddusa tentò negli anni Novanta la strada del successo che porta oltre lo Stretto. Era il tempo di scegliere gli ingredienti: sogni in spalla, occhi grandi per imparare e tanta pazienza sotto le suole delle scarpe lo portano sulla strada delle farine e degli impasti; da semplice garzone la sua passione per la materia prima e la lavorazione lo condussero a crescere nella competenza. Dopo i primi anni di duro lavoro l’azienda presso cui lavora gli offrì fiducia.

È il primo momento dell’impasto: il lievito del tempo è già dentro, ma non si vede. La fiducia è l’attivatore più potente che lavora sui sogni degli uomini: tesse le trame di quella che sarà la mollica nella pancia sostanziosa del pane, sbrogliandone la matassa intricata, senza poterci dire, però, come la sistemerà nella cottura.
Erano anni di crescita: Angelo imparava a fare il pane e la pasta, ma allo stesso tempo ascoltava, osservava, rifletteva su come un progetto alimentare possa uscire dalla terra d’origine e diventare patrimonio comune. La pasta madre del lievito era ancora lì, nutrita dai sogni e dalla fiducia.
Ad Angelo, trentenne il sogno si presentò indurito dal dolore; nel mezzo della sua carriera il suo vecchio capo lo chiamò accanto a sé: una malattia lo rendeva prossimo alla fine e aveva paura che anche il suo piccolo pastificio, a cui aveva dedicato tutta la sua vita, si ammalasse e morisse con lui. “Non potevo dire no: la carriera, le soddisfazioni economiche, la certezza, erano diventati accessori. Lui mi aveva insegnato molto di quello che sapevo– racconta Angelo- ed era arrivato il tempo di dimostrargli che avevo appreso bene. Al di là del senso di riconoscenza c’era quello della sfida che mi spingeva a misurarmi con me stesso e le mie aspettative. Mollai tutto e decisi di ricominciare, da capo”. Angelo si licenziò dall’azienda dove era destinato a fare una veloce carriera, nonostante le proteste dei suoi datori di lavoro, e si imbarcò nella sua prima impresa imprenditoriale da rilanciare. Non sapeva ancora che ce ne sarebbero state tante altre: il pensiero di farlo quella volta era già per lui il peso più gravoso che potesse affrontare. Erano anni duri, in cui anche la vita personale di Angelo pagava uno scotto all’impegno totale profuso nel lavoro. La missione, però, andò a segno: il vecchio pastificio riuscì a superare il momento di crisi

Il lievito, intanto, sgomitando aveva preso il suo posto, diffondendosi nella trama fitta dell’impasto. Non era più tempo di cercare nuovi impieghi, ma di dare forma ai sogni che nel frattempo si erano infittiti. Angelo aveva accumulato grande esperienza nel mondo della panificazione e della pastificazione e da tempo prestava particolare attenzione ai germogli di quella rivoluzione, oggi esplosa, che riguarda la produzione biologica e i grani autoctoni. Nel 2012 decise di fondare “Terre e Tradizioni” insieme a un vecchio amico di Raddusa. Era una rivoluzione culturale, prima che commerciale: sono gli anni in cui il cibo oltrepassava l’esigenza della “sazietà” e toccava i temi della nutrizione, del benessere, della soddisfazione sensoriale. Angelo tornò in Sicilia anche col cuore, rifondando la sua famiglia.

Ecco arrivato il tempo della cottura. Tutti gli ingredienti sono ramai nel forno, hanno lavorato  per trovare il loro posto, adesso è il momento di solidificare la forma.

Con l’ingresso di nuovi soci la forma dell’azienda cominciava a traballare; le visioni si diversificavano e Angelo decise di tornare a rilanciare il suo percorso: valorizzare i percorsi più autentici e genuini legati all’alimentazione
biologica e autoctona siciliana, e regionale in genere.

Nel 2016 lascia l’azienda e si rimette in gioco con Biocomm, nata nel maggio 2015, la prima agenzia di rappresentanza siciliana che si dedica alla commercializzazione e promozione del vasto patrimonio enogastronomico biologico. Una scommessa che in meno di due anni lo porta a realizzare linee bio per importanti marchi agroalimentari, curando la conversione di alcune produzioni e il lancio ex novo di altre.
È il 2017: il sogno di Angelo è croccante e appena sfornato. Torna tra le farine che l’avevano fatto innamorare tanti anni fa affiancando alla Biocomm una produzione interamente dedicata ai grani antichi siciliani. I “Fornai Siciliani” rifornisce tre province di Sicilia ed è un marchio in espansione. Intanto Angelo Suffia continua ad affiancare tante aziende, progettando con loro nuove linee votate al biologico e ad un sano stile nutrizionale; come “Antica Memoria” de La Finestra sul Cielo, che lunedì 22 maggio è stata presentata durante un convegno sponsorizzato e incentrato proprio sui grani antichi, tra i cui relatori c’era anche Franco Berrino fondatore dell’associazione “La grande via”, oncologo e specialista della nutrizione.

Nella Sicilia che fu granaio d’Italia ci sono germogli che non si rassegnano a farsi livellare dalle avversità climatiche, né di appiattirsi in mezzo alla pula.

C’è chi decide di affidarsi al lievito buono per costruire la buona sorte, non solo per attenderla.

INTERVISTE

C’è bisogno di tempo per fare crescere le cose belle (e buone). Lo sa bene Nicola Fiasconaro, che di tempi giusti per gli impasti se ne intende.

Con orgoglio annuncia a Tuttofood 2017 le ultime novità della sua produzione, in compagnia di due testimonial d’eccezione, Maria Grazie Cucinotta e Paolo Massobrio. Mentre taglia le fette del Marron Noir, l’ultima creazione col cuore di castagna, guarda a traguardi che vanno ben oltre il prossimo Natale: tra pochi giorni apre a Castelbuono il cantiere “Fiasconaro 2020”, che preannuncia ben 4 anni di lavori per costruire quello che sarà “il polo agroalimentare più prestigioso della Sicilia”.

Ce lo racconta con gli occhi che brillano di soddisfazione, senza però annegare del tutto la stanchezza di un traguardo così sofferto, al punto quasi da rischiare di lasciarlo andare nel cassetto dei sogni dismessi.

È difficile fare impresa in Sicilia– ci dice con la voce graffiata di chi, in quella durezza, ci ha lasciato impigliato qualche pezzo-. È dura ovunque, ma in Sicilia ancora di più. Ma è lo stesso motivo per cui dare gambe ai sogni nati nella terra del Gattopardo è una delle sfide più affascinanti che possa esserci”.

Ce l’ha con le istituzioni, Nicola Fiasconaro, con quelle che dovrebbero aiutare gli imprenditori e invece li azzoppano con una burocrazia infinita. E ci tiene a precisare:”Non mi riferisco ad aiuti finanziari, credo che l’imprenditoria sana debba e possa farcela con le proprie gambe. Il centro che sorgerà a Castelbuono con oltre 8 milioni di euro di investimenti, nasce senza un euro da contributi pubblici. Siamo orgogliosi della nostra terra e vogliamo investirci per valorizzarla. Vorremmo però farlo con la certezza di avere al fianco le istituzioni, che ci rendono più semplice il percorso e ci sostengono in questa sfida”.

Invece, proprio nella terra del Gattopardo, dove la politica ha ancora parecchio a cuore la vecchia regola che preserva l’ordine atavico delle cose pur dando l’impressione di cambiare, può accadere che un imprenditore di successo richieda per anni al Comune una vecchia area industriale abbandonata tra gli scarti di eternit per farci un nuovo polo agroalimentare, ma i garbugli e le clausole siano più fitti di ogni possibilità di vedere oltre.

Nicola Fiasconaro ha scelto di non farne mistero, poco incline a quella maniera di sopravvivere che rende curva la postura di quanti non vogliono rischiare di spezzarsi.

“Mai piegare la schiena, tirare dritto senza troppi compromessi. Abbiamo rischiato di andarcene davvero. Il ‘caso Fiasconaro’ ha contribuito ad alzare il velo sui danni che la burocrazia siciliana, l’incuria e la lentezza rischiano di fare alle energie positive, in maniera talvolta irrimediabile”.

Lo scorso settembre la denuncia dell’imprenditore di Castelbuono sui ritardi nel recupero dell’area artigianale Sirap, in possesso del Comune da sei anni, aveva attirato l’attenzione del sindaco di Velasca, cittadina del Piemonte, dove si inaugurava un’area di quaranta mila metri quadri, recuperata in meno di un anno per essere consegnata alle imprese in espansione.

Il vuoto di chi ha il dovere è stato però colmato dal pieno di chi ha condiviso la responsabilità di fare della Sicilia una terra del possibile: ”Ci siamo ritrovati accanto tanti amici- conferma Nicola Fiasconaro-, la stampa, istituzioni culturali e, per la verità, anche alcune istituzioni nazionali: la prossima settimana  firmeremo la concessione dell’area per 1 milione e 200 mila euro; apriremo immediatamente il cantiere: vi sorgeranno altre aree produttive e logistiche, magazzini, show room, ma anche asili nidi e parchi ricreativi. Questa è la Sicilia in cui credo”.

La stanchezza negli occhi sembra liquefarsi, la voce torna a scorrere come se i graffi di prima fossero stati sanati dal balsamo della visione.

Come vedo la Sicilia nel 2020? Voglio essere realista, non credo che in quattro anni possiamo sovvertire il destino pesante della nostra terra. Due però sono i cambiamenti importanti che possono aprire una fase nuova: la capacità di consorziarsi delle forze produttive e la lungimiranza  delle politiche agricole che devono incentivare e valorizzare la fase di trasformazione, oltre che di produzione del prodotto. È triste constatare come ci siano tantissimi siciliani nel mondo a capo di importanti società, scuole, accademie, che hanno fondato imperi finanziari mettendo a frutto la nostra naturale propensione ad essere brillanti e fattivi. Eppure è evidente anche, che chi rimane qui, spesso, finisce per essere vittima dell’assuefazione e abituarsi agli standard sonnecchianti dell’isola. Non possiamo capovolgere le cose, possiamo però
inaugurare una nuova stagione
: quella del controesodo, di una terra che finalmente ha la possibilità per richiamare a sé tante energie che sono andate fuori, perché c’è bisogno delle loro intelligenze e c’è finalmente lo spazio per apprezzarle nella nostra isola. Colgo l’impegno di tanti colleghi che fanno della grande passione per la tradizione gastronomica e dolciaria di Sicilia una missione quotidiana. Dico che chi fa le cose bene oggi viene premiato. Dico che non ci dobbiamo arrendere, perchè i sogni, a volte, diventano realtà”.

Il cassetto dei sogni in disuso che aveva fatto l’occhiolino a Nicola Fiasconaro, torna a chiudersi senza nuove prede. I sogni sono sulla spianata della farina, coperti dal telo di lino che ne custodisce la lievitazione. In attesa di prendere casa a Castelbuono.

 

RACCONTI

Un momento della coltivazione dello zafferano.

Lo abbiamo ormai sentito in tutte le salse che la Sicilia, per via della sua posizione strategica, è stata da sempre terra di approdo e di integrazione: Fenici, Greci e Romani, Bizantini ed Arabi, Normanni, Svevi, Angioni ed Aragonesi, Austriaci e Borboni, giusto per citare solo i principali “ospiti” che nella storia si sono succeduti, non ci hanno lasciato solo meraviglie architettoniche, palazzi e monumenti, ma qualcosa di ben più profondo. Il carattere dei Siciliani è il risultato complicato, controverso, articolato, dei mille tratti di chi in Sicilia si è susseguito, nei secoli, e che difficilmente è riscontrabile altrove.  Sarà forse anche per questo che lo straniero, da noi, non è del tutto straniero; sarà forse ormai una questione di abitudine, sarà che la Sicilia è sempre lì, nel bel mezzo del Mediterraneo, e che gli stranieri, per motivi diversi, continuano ad arrivare, ma pare che qui, questa cosa, risulti un po’ più naturale, un po’ più fisiologica, che altrove. Pare ancora più naturale, evidentemente, ai ragazzi di Meridies, Associazione ispicese che, in collaborazione con la Fondazione Val di Noto, si è fatta promotrice del Progetto “Radici per Volare”. In cosa consiste?

“Radici per Volare” nasce con l’obiettivo di aiutare i migranti richiedenti asilo nel nostro Paese su due fronti: da un lato, favorendone la riabilitazione psicologica e sociale, dall’altro, promuovendone la formazione e l’inserimento lavorativo.

Chi sopravvive ai “viaggi della speranza” porta con sé ferite profondissime, non solo visibili. Sono sofferenze causate da violenze inumane, fisiche e psicologiche perpetrate ai danni dei migranti nel loro paese di origine, e durante il terribile viaggio dal deserto all’inferno libico, all’attraversamento in mare. Una volta approdati sulle nostre coste e passati dai centri di prima accoglienza, queste persone vengono poi smistate nei C.A.S. (Centri di Accoglienza Straordinari) e negli S.P.R.A.R. (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), una “sosta” burocratica lunga ed improduttiva che contribuisce a rafforzare il senso di isolamento e di inutilità. Cicatrici del corpo e dell’anima, quindi, che hanno bisogno di essere viste e curate da occhi competenti e da uno sfondo di relazioni intime, sociali e lavorative.

I lavori in campagna.

Stefania Pagliazzo, psicoterapeuta esperta in traumi estremi, ha pensato che per far germogliare nell’animo di queste persone una nuova linfa, servissero dei semi. Sì, dei semi, e nello specifico di zafferano. Perché cosa può ripristinare l’equilibrio interiore di una persona, se non il contatto con la natura, la dignità del lavoro e le relazioni umane? Così, insieme all’agronomo Agostino Cordelli, a Pierpaolo Bellia, Giuseppe Calvo e Antonio Gianna, membri di Meridies, e al mediatore culturale della Guinea Konakry, Thierno Barry, si è messa alla ricerca della terra in cui piantarli. E la terra è stata gentilmente messa a disposizione dai Frati minori del Convento di Gesu, a Ispica. Qui, grazie al coinvolgimento di 5 migranti ospiti del C.A.S. di Modica, e con l’obiettivo di aumentarne il numero, i semi sono stati piantati.

I fiori di zafferano.

Una coltivazione, quella dello zafferano, per altro non semplice. Dalla messa a dimora dei bulbi alla raccolta dei fiori, dalla depistillazione alla essiccatura, fino al confezionamento ed alla commercializzazione, i ragazzi hanno curato praticamente tutta la filiera. Braccia italiane ed africane hanno lavorato a fianco, scambiandosi conoscenze e competenze. Il risultato è stato uno zafferaneto di 5000 bulbi di corpus sativus, che ha già regalato il suo primo raccolto, e un ricco orto sociale composto da molte specie orticole.

E loro, i protagonisti, cosa ne pensano di questa esperienza? Siamo andati a chiederglielo. Grazie alla gentile collaborazione di Giuseppe Calvo e Stefania Pagliazzo abbiamo potuto così incontrare Boua e Malick, due dei ragazzi coinvolti nel progetto. Siamo andati a prenderli al C.A.S. di Modica, dove vivono circa 25 migranti richiedenti asilo, di nazionalità ed etnie diverse, in una convivenza talvolta non semplice. Boua, per esempio, viene dal Mali. Ha 25 anni ed è arrivato in Italia nel marzo del 2015, quando, dopo essere arrivato a Catania, è stato trasferito a Modica, passando per una permanenza di 10 giorni al centro di Pozzallo. Malick è più piccolo, ma solo di età. A dispetto dei suoi 188 cm ha infatti appena 19 anni, viene dalla Costa d’Avorio ed è arrivato a Pozzallo da circa 10 mesi: è in attesa di essere trasferito in uno S.P.R.A.R.. Alternando un po’di francese, italiano e anche un po’ di siciliano sia Obua che Malick si dicono felici dell’esperienza che stanno ancora svolgendo.

I partecipanti al progetto “Radici per volare”

E del resto non è difficile credere loro, visto che le possibilità di impegnare le giornate attivamente non sono molte per loro, e una occasione come questa è accolta con grande felicità. Da come parlano, ridono e scherzano con Giuseppe e Stefania, è facile intendere che il loro è un rapporto che va ben oltre quella che è stata una semplice collaborazione lavorativa ma tocca la sostanza di un progetto di integrazione.

Lo zafferano, poi, loro qui lo hanno scoperto per la prima volta. Malick dice di averci fatto alla fine anche il risotto. Sarà vero? Quando gli chiediamo cosa sognano per il loro futuro, la risposta è la stessa: non possono saperlo. Fin quando non avranno i loro documenti, non potranno fare nessun programma. Non potranno cercarsi un lavoro. Entrambi, però, vorrebbero restare qui in Sicilia. Chiedono solo di riuscire ad aver i documenti necessari per abbandonare lo status di richiedenti asilo, e iniziare a programmare il loro futuro. L’iter burocratico, come ci spiega Stefania, è però lungo e complicato. Loro vorrebbero solo essere liberi di vivere la propria vita, e la vorrebbero vivere qui. Chissà che non sia possibile, visto che, come spiega Giuseppe, il Progetto “Radici per Volare” vuole continuare. L’obiettivo è quello di trasformare infatti il progetto in una attività continuativa di lavoro. L’orto sociale potrebbe fungere anche da fattoria didattica, così da farlo conoscere anche alle scuole e a chiunque volesse visitarlo e provarne i prodotti.

Lo zafferano prodotto da “Radici per volare”.

Riportiamo i ragazzi al C.A.S., e districandoci ancora fra gli incroci di francese, italiano e siciliano, discutiamo di tutt’altro. Obua, che è qui da più tempo, condisce le sue frasi con un bel “Capisti”?. Malick, che ancora deve perfezionare il suo siciliano, al momento di andare via azzarda un:” Anunimmo”. Come? Ah, si, amuninni. E allora andiamo, ma con l’augurio che la burocrazia non lasci loro il tempo di diventare troppo bravi col dialetto. Con l’augurio che Malick, Obua, Justice, Keita e tutti gli altri possano essere presto ragazzi e uomini liberi di progettare il proprio futuro, e che “Radici per Volare” le sue radici possa farle crescere sempre più forti, piantando sempre più semi come questi.

 

Antonio Grassia