RACCONTI

Un momento della coltivazione dello zafferano.

Lo abbiamo ormai sentito in tutte le salse che la Sicilia, per via della sua posizione strategica, è stata da sempre terra di approdo e di integrazione: Fenici, Greci e Romani, Bizantini ed Arabi, Normanni, Svevi, Angioni ed Aragonesi, Austriaci e Borboni, giusto per citare solo i principali “ospiti” che nella storia si sono succeduti, non ci hanno lasciato solo meraviglie architettoniche, palazzi e monumenti, ma qualcosa di ben più profondo. Il carattere dei Siciliani è il risultato complicato, controverso, articolato, dei mille tratti di chi in Sicilia si è susseguito, nei secoli, e che difficilmente è riscontrabile altrove.  Sarà forse anche per questo che lo straniero, da noi, non è del tutto straniero; sarà forse ormai una questione di abitudine, sarà che la Sicilia è sempre lì, nel bel mezzo del Mediterraneo, e che gli stranieri, per motivi diversi, continuano ad arrivare, ma pare che qui, questa cosa, risulti un po’ più naturale, un po’ più fisiologica, che altrove. Pare ancora più naturale, evidentemente, ai ragazzi di Meridies, Associazione ispicese che, in collaborazione con la Fondazione Val di Noto, si è fatta promotrice del Progetto “Radici per Volare”. In cosa consiste?

“Radici per Volare” nasce con l’obiettivo di aiutare i migranti richiedenti asilo nel nostro Paese su due fronti: da un lato, favorendone la riabilitazione psicologica e sociale, dall’altro, promuovendone la formazione e l’inserimento lavorativo.

Chi sopravvive ai “viaggi della speranza” porta con sé ferite profondissime, non solo visibili. Sono sofferenze causate da violenze inumane, fisiche e psicologiche perpetrate ai danni dei migranti nel loro paese di origine, e durante il terribile viaggio dal deserto all’inferno libico, all’attraversamento in mare. Una volta approdati sulle nostre coste e passati dai centri di prima accoglienza, queste persone vengono poi smistate nei C.A.S. (Centri di Accoglienza Straordinari) e negli S.P.R.A.R. (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), una “sosta” burocratica lunga ed improduttiva che contribuisce a rafforzare il senso di isolamento e di inutilità. Cicatrici del corpo e dell’anima, quindi, che hanno bisogno di essere viste e curate da occhi competenti e da uno sfondo di relazioni intime, sociali e lavorative.

I lavori in campagna.

Stefania Pagliazzo, psicoterapeuta esperta in traumi estremi, ha pensato che per far germogliare nell’animo di queste persone una nuova linfa, servissero dei semi. Sì, dei semi, e nello specifico di zafferano. Perché cosa può ripristinare l’equilibrio interiore di una persona, se non il contatto con la natura, la dignità del lavoro e le relazioni umane? Così, insieme all’agronomo Agostino Cordelli, a Pierpaolo Bellia, Giuseppe Calvo e Antonio Gianna, membri di Meridies, e al mediatore culturale della Guinea Konakry, Thierno Barry, si è messa alla ricerca della terra in cui piantarli. E la terra è stata gentilmente messa a disposizione dai Frati minori del Convento di Gesu, a Ispica. Qui, grazie al coinvolgimento di 5 migranti ospiti del C.A.S. di Modica, e con l’obiettivo di aumentarne il numero, i semi sono stati piantati.

I fiori di zafferano.

Una coltivazione, quella dello zafferano, per altro non semplice. Dalla messa a dimora dei bulbi alla raccolta dei fiori, dalla depistillazione alla essiccatura, fino al confezionamento ed alla commercializzazione, i ragazzi hanno curato praticamente tutta la filiera. Braccia italiane ed africane hanno lavorato a fianco, scambiandosi conoscenze e competenze. Il risultato è stato uno zafferaneto di 5000 bulbi di corpus sativus, che ha già regalato il suo primo raccolto, e un ricco orto sociale composto da molte specie orticole.

E loro, i protagonisti, cosa ne pensano di questa esperienza? Siamo andati a chiederglielo. Grazie alla gentile collaborazione di Giuseppe Calvo e Stefania Pagliazzo abbiamo potuto così incontrare Boua e Malick, due dei ragazzi coinvolti nel progetto. Siamo andati a prenderli al C.A.S. di Modica, dove vivono circa 25 migranti richiedenti asilo, di nazionalità ed etnie diverse, in una convivenza talvolta non semplice. Boua, per esempio, viene dal Mali. Ha 25 anni ed è arrivato in Italia nel marzo del 2015, quando, dopo essere arrivato a Catania, è stato trasferito a Modica, passando per una permanenza di 10 giorni al centro di Pozzallo. Malick è più piccolo, ma solo di età. A dispetto dei suoi 188 cm ha infatti appena 19 anni, viene dalla Costa d’Avorio ed è arrivato a Pozzallo da circa 10 mesi: è in attesa di essere trasferito in uno S.P.R.A.R.. Alternando un po’di francese, italiano e anche un po’ di siciliano sia Obua che Malick si dicono felici dell’esperienza che stanno ancora svolgendo.

I partecipanti al progetto “Radici per volare”

E del resto non è difficile credere loro, visto che le possibilità di impegnare le giornate attivamente non sono molte per loro, e una occasione come questa è accolta con grande felicità. Da come parlano, ridono e scherzano con Giuseppe e Stefania, è facile intendere che il loro è un rapporto che va ben oltre quella che è stata una semplice collaborazione lavorativa ma tocca la sostanza di un progetto di integrazione.

Lo zafferano, poi, loro qui lo hanno scoperto per la prima volta. Malick dice di averci fatto alla fine anche il risotto. Sarà vero? Quando gli chiediamo cosa sognano per il loro futuro, la risposta è la stessa: non possono saperlo. Fin quando non avranno i loro documenti, non potranno fare nessun programma. Non potranno cercarsi un lavoro. Entrambi, però, vorrebbero restare qui in Sicilia. Chiedono solo di riuscire ad aver i documenti necessari per abbandonare lo status di richiedenti asilo, e iniziare a programmare il loro futuro. L’iter burocratico, come ci spiega Stefania, è però lungo e complicato. Loro vorrebbero solo essere liberi di vivere la propria vita, e la vorrebbero vivere qui. Chissà che non sia possibile, visto che, come spiega Giuseppe, il Progetto “Radici per Volare” vuole continuare. L’obiettivo è quello di trasformare infatti il progetto in una attività continuativa di lavoro. L’orto sociale potrebbe fungere anche da fattoria didattica, così da farlo conoscere anche alle scuole e a chiunque volesse visitarlo e provarne i prodotti.

Lo zafferano prodotto da “Radici per volare”.

Riportiamo i ragazzi al C.A.S., e districandoci ancora fra gli incroci di francese, italiano e siciliano, discutiamo di tutt’altro. Obua, che è qui da più tempo, condisce le sue frasi con un bel “Capisti”?. Malick, che ancora deve perfezionare il suo siciliano, al momento di andare via azzarda un:” Anunimmo”. Come? Ah, si, amuninni. E allora andiamo, ma con l’augurio che la burocrazia non lasci loro il tempo di diventare troppo bravi col dialetto. Con l’augurio che Malick, Obua, Justice, Keita e tutti gli altri possano essere presto ragazzi e uomini liberi di progettare il proprio futuro, e che “Radici per Volare” le sue radici possa farle crescere sempre più forti, piantando sempre più semi come questi.

 

Antonio Grassia

RACCONTISTORIE

Chi l’ha detto che il Sud debba sempre essere terra da colonizzare per le buone idee? Ci sono intuizioni che muovono qui i primi passi e poi riescono a trovare terreno fertile, diffondendosi anche altrove, grazie alla capacità di visione e al supporto del team che ci lavora. È quanto accade da otto anni con la Settimana del Baratto, un’iniziativa nata otto anni fa dall’intuizione di un imprenditore di Modica, Giambattista Scivoletto, che da quest’anno si apre al mondo.

RACCONTISTORIE

In qualche posto, in qualche tempo, nell’Isola.
Una nonna e una nipotina, in attesa di responsi.

– Chi tiempu fa fora?
– Annuvulatu.
– Annuvulatu.
Cala a finestra, ca trasi l’aria ‘mpicusa e i muschi. Stamu o scuru ca è miegghiu.

La nostra paura del peggio è più forte del desiderio del meglio, diceva Elio Vittorini.

 

Un anno fa ero sul palco del Teatro “Tina Di Lorenzo” di Noto. Buio; nel nero della platea formicolavano le voci di chi, venuto per ascoltare il sassofono di Francesco Cafiso, si trovava davanti la voce scarna dell’attrice Monica Trettell che leggeva un brano de “Le città del mondo” di Elio Vittorini.

Mezz’ora più tardi era già buio pesto: la notte di nuovo, con la gloria consueta delle sue stelle nei cieli, ma con gloria anche in terra, di lumi a crocchi e a cumuli, e di lumi sparsi o in file qua e là, tra chiarori che a poco a poco si alzavano come polveroni, e tra fosse di chiarori. Ogni persona aveva accanto il suo lume, adesso: suo almeno per un terzo, o almeno per un quarto, almeno per uno spicchio; e ogni lume era una persona, era con un volto, e poteva dire no, poteva dire sì, e spegnersi e riaccendersi. La bella gente che Rosario incontrava nei suoi viaggi era tutta lumi. E la brutta e abietta, la malata, la malvagia, non era pure essa forte di qualcosa per cui si rodeva, e quindi ardeva e mandava luce? Di giorno uno può dire che gli uomini sono formiche. Dire, scorgendoli nelle distanze, che sono dei semplici puntini neri. Ma la notte lo si può più dire? Per quanto si guardi lontano non si vedono che fuochi. Chi può più infischiarsi degli uomini e disprezzarli? Se ne ha rispetto, infine. Uno cioè, se li considerava dei vermiciattoli, ora si accorge che li odia e li vuol distruggere. Un altro che credeva di averne compassione, ora si accorge che li ama. E c’è chi li odia e li ama insieme. C’è chi li teme. Ci sono le migliaia e le centinaia di migliaia che di giorno ne diffidavano soltanto e ora ne hanno un terrore folle e fuggono”.

Buio in sala. Buio nelle teste di chi si agita in questo buio e rischia di abituarcisi.
E nel chiarore fioco di una luce che mi sorreggeva sul palco, ho iniziato a raccontare.

Di quel rumore dei passi di viandanti che, appesantiti dalla polvere del percorso, tirano dritto. Dove, non si sa bene. C’è chi scende dalla Montagna dove l’aria fredda rischia di ghiacciare i buoni propositi e chi, dalla Valle, invece, cerca alture più consone alle proprie intenzioni. C’è chi si ritira dalle Coste perché il vocio insistente di chi approda e riparte non permette alla volontà di sedimentare e chi, invece, va a cercare il Mare per trovare popoli che lo aiutino a tessere la stoffa delle idee che ha raggomitolato nella sua testa, lungo gli anni.

Ognuno col suo cammino, con le sue scarpe, spesso rotte, qualche volta più resistenti e nuove, altre volte scalzi.
In questo cammino senza meta tutti hanno un lumino in mano: serve a schiudere spazi nuovi alle visioni che hanno nel bagaglio.

Mi è sembrato di poterli vedere in questi anni in cui il lavoro e la curiosità mi hanno portato in giro per le strade della Sicilia e del sud più in generale: erano nella vigna alle pendici dell’Etna e in quella, meno fortunata, in un territorio ai margini che aveva perso la memoria della sua vocazione; nella grande azienda che, con un pizzico di audace superbia, ha provato a sporgersi troppo fuori oltre lo Stretto. Ed è caduta. E nell’idea nata per gioco che metteva radici proprio negli angoli più remoti delle provincie di confine e da lì, poi ha spiccato il volo. In chi è andato per tornare e non ci è riuscito, in chi è andato ed è stato richiamato da quelle radici lunghe che gli ammorbano il sangue e lo riportano qui, in questo scampolo di terra in mezzo al mare. In chi è stato bruscamente spedito fuori per dare un nome al sud che portava dentro.

Mi sembrava di poterli vedere, i lumini di questi viandanti affaticati, anche quella sera in sala.
Erano lì per aggiungere al bagaglio qualche pezzo di strada.
Ma come si fa a parlare della luce dove non ce n’è?
Come si fa a trovare il coraggio di mettersi in viaggio?
Quella sera raccontavamo le storie di chi ci aveva provato e c’era anche riuscito.
Quando le strade sono troppo aspre da percorrere, si può prendere in prestito qualche pezzo percorso da altri. Per farsi ispirare, emozionare, motivare. Per trovare la propria strada nel crocicchio degli incroci.
La musica di Francesco Cafiso con “La banda”, omaggio alle intersezioni di quello che è stato e di quello che può essere nel frastuono della Sicilia, ci sommerse tutti.
Era il 15 giugno 2015 e non ero la sola a crederlo. Oggi, grazie alla volontà dell’associazione Melete e del suo presidente Enzo Maria Storaci, entusiasta sostenitore di tutti i Siciliani (e non solo) all’Opera, quell’augurio diventa realtà in questo blog.

Da qui si parte per tracciare il cammino dei viandanti e narrarne le fiamme dei lumini accesi. Per me, che ho solo le parole a testimone, non poteva che essere un viaggio fatto di racconti: ritratti, vicende, sogni, visioni. Di gente del sud anzitutto: quelli che lo erano e quelli che lo sono diventati. Quelli che si ci sentono altalenando la frustrazione all’orgoglio di mescolare nel sangue tante storie d’umanità e genti.

Siracusa, adesso, nell’Isola.
Una mamma e una figlia, costruiscono responsi.
-Che dice il tempo oggi?                   
– Uffa, ci sono un po’ di nuvole.
– Che meraviglia, le nuvole.  Tra poco inizierà a soffiare il venticello leggero. Apri la finestra, che quando arriva il primo raggio di sole non voglio perdermelo.

#Playlist: Ad astra, Veivecura