STORIE

Di Gaetano Di Pino arrivano subito le mani: la stretta con cui accoglie i visitatori nella sua azienda, che poi è anche casa sua, è vigorosa e sicura, nodosa come i tronchi degli alberi che hanno visto tante estati e inverni e li sanno ancora citare tutti. Mentre racconta della sua storia di imprenditore agricolo nella voce si sentono le fessure del tempo: le parole ricompongono una saga familiare di cui ogni ascoltatore, per un attimo, si sente parte.

Busulmona è una contrada a pochi chilometri da Noto. Dalla piccola altura su cui sorge l’azienda agrituristica che la famiglia Di Pino ha fondato nel 2001 si coglie con una sola occhiata tutta la vallata antistante. Un luogo che perde i connotati fisici e diventa manifestazione di una natura rigogliosa e impervia senza tempo. Per l’uomo che vi arriva la devozione a tanta bellezza può condurre solo a due strade: impadronirsene oppure diventarne amico. Gaetano Di Pino aveva già nel cuore i semi della bellezza di Noto, dove era giunto per un breve viaggio nel 1982 da Centuripe; qualche anno dopo ci torna e l’innamoramento sboccia in amore. “Centuripe era l’espressione della Sicilia più difficile e chiusa negli anni Ottanta. Ogni sera in campagna svuotavamo il serbatoio della benzina dei mezzi agricoli e li nascondevamo per evitare di farceli rubare. Sono arrivato a Noto e ho trovato i trattori abbandonati a sera in mezzo ai campi, esattamente nel punto dove l’indomani i contadini avrebbero ripreso il proprio lavoro”. Gaetano Di Pino decide di trasferire il suo sogno (e la sua famiglia) qui. Inizialmente pensa di fare un allevamento di lumache e cerca un pezzettino di terra a misura di progetti semplici pragmatici, ma Busulmona, con i suoi 27 ettari di bellezza, li scompiglia. Acquista l’intero appezzamento e da qui ricomincia, producendo soprattutto mandorle e olive. Il loro olio, quest’anno, è stato inserito tra i migliori 20 di Sicilia dalla classifica stilata da Dissapore.

Come ogni grande amore, il caso è poi sostenuto dalla testarda devozione alla causa: per Gaetano Di Pino i motori dell’impegno hanno il volto di Andrea, Luca e Flavia, i tre figli che crescono dentro questo pezzetto di paradiso.

Mi hanno sempre insegnato che se vuoi qualcosa, devi guadagnartela; qualunque cosa tu possa ottenere dagli altri, sarà un pezzo di ciò che è rimasto. Questo ho trasmesso ai miei figli e per loro ho voluto un sogno all’altezza delle loro forze: perché non si rammollissero dietro una vita facile, ma conquistassero pezzo dopo pezzo il loro posto”.

Esperimento riuscito: Andrea a 29 anni è padre di due bambine, la terza generazione di Busulmona e governa i lavori di ogni stagione della campagna; Luca a 26 anni è il sorriso che accoglie i visitatori a Vendicari; accanto all’ingresso dell’oasi naturalistica, infatti, la famiglia Di Pino ha creato un accogliente punto ristoro, Dalla Terra Bistrot, dove serve i prodotti dell’azienda agrituristica (marmellate, conserve, aromi); Flavia si è impegnata negli studi di Scienze Politiche, ma progetta già il ritorno a casa per infondere nuove competenze al progetto Busulmona.

A sorreggere tutti e a testare le ricette dei prodotti “Dalla terra” c’è la signora Anna Stella, matriarca dal sorriso ampio e dagli occhi comprensivi. Anche lei nata a Centuripe, un sottile accento straniero  ne tradisce i lunghi anni trascorsi a Parigi. “Quando le chiesi di venire con me in Sicilia- racconta Gaetano- sapevo che le stavo proponendo una follia: rinunciare alla vita di Parigi per una terra che ancora era molto indietro. Ma non si è fatta spaventare dal salto e da allora i nostri passi sono stati sempre uno al fianco dell’altro”. A vederli battibeccare oggi, attorno al grande tavolo in marmo della cucina di Busulmona, si capisce che non potrebbe essere altrimenti. 

La passione, come l’impegno, dopo tanti anni non si è ancora sopito. I progetti si consolidano e si rincorrono grazie al fermento e alla curiosità verso le innovazioni che oggi rendono l’agricoltura un tassello di valorizzazione del territorio. “Con il punto ristoro a Vendicari– racconta Di Pino- abbiamo integrato la filiera; siamo agricoltori, ma anche produttori e ambasciatori del territorio. Ogni anno centinaia di visitatori si fermano nella nostra piccola oasi; siamo consapevoli che conoscono la Sicilia anche attraverso le nostre parole, i nostri servizi e i prodotti che proponiamo. Per questo chiedo sempre a tutti di ricordarci di essere all’altezza della terra in cui abbiamo la fortuna di vivere”.

Se gli chiedi com’è questa Sicilia, rispetto a quella che conobbe quasi 30 anni fa, le mani anticipano la voce: si muovono veloci, congiungendosi in una stretta felice; un riflesso di forza scorre su tutto il viso sempre abbronzato, illuminando gli occhi:”Trent’anni fa guardare avanti era difficile, tutto era buio e non si vedeva nessuna luce. Oggi credo che sia molto diverso, le difficoltà rimangono, ma almeno abbiamo la possibilità di intravedere dei traguardi e di poterci lavorare con le nostre forze”.

Vorrei ancora chiedere al signor Di Pino qual è il segreto per mantenerle forti e efficaci, queste forze che ci accompagnano e, qualche volta, ci tradiscono durante il cammino. Accoglie la nipotina che gli salta in braccio, la stringe con delicatezza, accarezzando il ricciolo di marmellata che è rimasto sul viso, complice di una marachella in cucina e strizzandole l’occhio, commenta:”In fondo non si è raggiunto mai nulla di importante senza determinazione”.

 

 

 

 

 

STORIE

Per questo gli uomini muoiono: perché non sanno ricongiungere il principio con la fine
(Alcmeone di Crotone, medico della Scuola Pitagorica)

 

Ci sono tanti modi per essere siciliani. Questa terra dall’identità così molteplice e panica, malgrado lei,  continua a sorprenderci attraverso le storie dei suoi figli. Quelli migliori.

Possiamo domandare cosa significa essere nati in Sicilia e quale eredità se ne può distillare ai due fratelli Alderuccio, Stefano e Gianluca che, partiti da Noto giovanissimi, oggi tornano a renderle omaggio, uniscono passato e presente, saldano generazioni  con testa e cuore, storia familiare a storia collettiva con una operazione di raffinata ricerca e autenticità. Da Noto a Grasse, patria della parfumerie francese, e ritorno.

Si può tornare a casa catturati da una fragranza misteriosa ed impalpabile che, come la madeleine di Proust, ci restituisce intatta la malìa inquieta di certi tramonti d’estate, l’assolo di cicale e grilli da una terrazza intagliata nell’oro caldo della pietra, e ritrovare, fuori dal tempo, il senso segreto di un istante scolpito nella memoria: quel gelsomino che a sera si schiude e disperde struggente il suo profumo, contro un cielo punteggiato di rondini.

Salvatore Scorsonelli

Si può ritornare bambini e giocare fra petali di mandorlo che, a primavera, ammantano di bianco la terra nera della campagna siciliana e sentirne il dolceamaro della sua essenza, le lotte aspre dei contadini, la durezza della fatica riscattate da una imprevedibile e provvida dolcezza che pasticcieri come alchimisti trasformano in paste morbide, frutta di zucchero, confetture, granite. Il profumo ti viene incontro lungo le vie antiche lastricate di pavè nero e ciottoli di fiume. Un rapimento dei sensi, promesse di indugi meditativi del gusto, di esplorazioni olfattive al confine fra eccessi e sobrietà. Autenticità. Ricerca pura.

Si può ascoltare il racconto di una Sicilia che non c’è più, e farla rivivere, storditi dalla luce abbacinante. Nell’odore profondo della zagara, presentire la forza del sole che fa rosse e succose le arance amare, e scoprire pagine inedite di una civiltà di siciliani industriosi e ingegnosi che solo mezzo secolo fa distillavano dai fiori della zagara il Neroli, l’essenza siciliana più pregiata per mandarla in Francia perché diventassero eau de parfum.

E così il nostòs, il ritorno, si illumina di bianco e si profuma con i toni un po’ epici e un po’ poetici di un cunto popolare.  Lungi dall’essere una banale operazione “nostalgia”, la storia di questi profumi di altissima qualità  dallo stile contemporaneo, è un modo di dire Sicilia, un modo colto e intraprendente di rinascere, atto di riconoscenza ad una terra, inebriante e mitica che entra nel respiro e nel sangue, diventa talento.

Stefano Alderuccio
Gianluca Alderuccio

 

 

 

 

 

 

Negli anni ’50, nella città barocca di Noto, in una Sicilia poetica dalla natura ancora intatta, Salvatore Scorsonelli, nonno materno di Stefano e Gianluca, intraprende un’attività di fabbricazione di essenze floreali ed in particolare di zagara, il fiore delicato e inebriante dell’arancia amara. È in Via dei Mille, di fronte alla sua casa, in un grande orto con piante di gelsomino, mandorli, agrumi, che Salvatore installa la distilleria in cui per più di dieci anni fabbricherà una delle essenze più preziose utilizzate per la formulazione dei profumi. L’essenza, di grandissima qualità, estratta tramite la distillazione in corrente di vapore, era destinata ai parfumeurs di Grasse, in Francia. “Da bambini giocavamo spesso nell’orto dei nonni. Con i miei fratelli penetravamo in quel luogo misterioso che erano le rovine delle distilleria. Il tetto cadeva giù, gli alambicchi, i flaconi, le caldaie erano ricoperti di polvere, ma le mura erano ancora impregnate di profumo d’essenze, un profumo che non ho più dimenticato.” Nei ricordi di Stefano la traccia indelebile di quell’infanzia. Gli anni passano, i giovani dal Sud si spostano verso il Nord, studiano.  Si va lontano per cercare il successo, la realizzazione.  Laureato in Economia alla Bocconi di Milano, Stefano  gira il mondo lavorando come manager per grosse aziende per poi stabilirsi in Francia, Gianluca invece è creative director e designer a Milano. 

Ma arriva il momento in cui le radici tirano, potenti e padrone, verso la terra madre. Dai cassetti della memoria, elusiva ed impalpabile come un profumo,  ritornano il laboratorio di Via dei Mille, il nonno Salvatore e i suoi alambicchi. Una storia bellissima della Sicilia che gli Alderuccio vorrebbero non andasse dimenticata.

 Nel 2011, Stefano, anima inquieta e creativa, inizia a lavorare al progetto di rinascita dell’attività familiare legata alla profumeria, si mette sulle tracce del nonno per capire i motivi per cui quell’attività ricca di ricordi e di aneddoti, di cui si parlava spesso in famiglia, si fosse interrotta, e per vedere se non fosse in qualche modo possibile resuscitarla. Con Gianluca e il parfumeur francese Jacques Chabert lavora per far rinascere l’attività legata alla profumeria che la sua famiglia aveva iniziato a Noto, in Sicilia, negli anni ’50. È così che inizia allora un viaggio nel mondo delle fragranze, un viaggio che dalla distilleria abbandonata di Via dei Mille, porterà nuovamente Stefano da Noto, dalla punta estrema della Sicilia, a Grasse, a Parigi, a Firenze, per poi ritornare di nuovo in Sicilia alla ricerca dei migliori artigiani, delle migliori materie prime siciliane con una sola idea: far rivivere quei profumi.

Nasce IANCO, frutto di un lavoro di ricerca esigente e della selezione di materie prime di origine siciliana. Una condizione essenziale, la sola che può far rivivere un pezzo di storia familiare legata alla profumeria e strettamente connessa alla storia manifatturiera della Sicilia, che fino alla seconda metà del ‘900 ha prodotto essenze estratte da frutti, fiori e piante locali destinate all’industria della profumeria francese. Un’attività che, con qualche eccezione, scomparve bruscamente per l’introduzione delle sostanze sintetiche nella fabbricazione dei profumi e lo sviluppo dell’attività estrattiva in paesi con costi di produzione più bassi come il Nord Africa. I fratelli Alderuccio ci lavorano per quasi due anni.

Di Gianluca è il linguaggio visivo di Via dei Mille · Sicilia, un universo estetico che rivisita la tradizione, lontano dagli stereotipi.  Nei dettagli spesso ignorati, negli elementi decorativi minori, nei ricami e nei fregi, nei disegni delle maioliche, nell’eleganza dei balconi in ferro battuto, trova ispirazione per costruire un immaginario evocativo e originale. Un processo creativo che ha visto vari stili dapprima sovrapporsi, poi disgregarsi, per riapparire infine nella raffinata forma di un “minimalismo barocco”. Anche nel packaging Stefano e Gianluca hanno voluto fedeltà al concept del progetto. I profumi Via dei Mille · Sicilia sono confezionati infatti in flaconi provenienti da una delle più antiche vetrerie italiane, e custoditi in un cofanetto realizzato con pregiate carte naturali. Ogni cofanetto è rivestito da una guaina su cui sono impressi a sbalzo i motivi rivisitati di antichi decori siciliani. La collezione IANCO, in particolare, riprende i disegni di alcune pavimentazioni storiche in maiolica di un suggestivo convento settecentesco nei pressi della città di Noto.

La dominante di bianco impreziosito da dettagli in nero, che caratterizza il packaging, rimanda agli interni delle chiese e dei palazzi tardo-barocchi che, a differenza delle sofisticate facciate, sono spesso rivestiti da un intonaco bianco sul quale stucchi ed elementi decorativi scultorei risaltano sottolineati da sottili bordature di colore nero.

Dagli anni ’50 al 2017. Un cerchio che si chiude, si ricongiunge il principio con la fine. Si torna a Noto, in Via dei Mille.

 

 

 

 

STORIE

C’è un ingrediente di cui in cucina non possono essere previste le dosi esatte: il tempo. Il giro delle lancette qualche volta aiuta a dosare il calore, o a prevedere la lievitazione degli impasti, ma spesso agisce in totale silenzio e solitudine. Sembra non fare squadra, il tempo, ostinato a giocare una partita muta e silenziosa che non offre vocabolari per tradurne la sintassi. Ci serve il racconto finale senza spiegare come ha trovato le parole. Eppure le trova, sempre, mentre trasforma quanto tocca. Lo sa bene Angelo Suffia, maestro pastaio che da Raddusa tentò negli anni Novanta la strada del successo che porta oltre lo Stretto. Era il tempo di scegliere gli ingredienti: sogni in spalla, occhi grandi per imparare e tanta pazienza sotto le suole delle scarpe lo portano sulla strada delle farine e degli impasti; da semplice garzone la sua passione per la materia prima e la lavorazione lo condussero a crescere nella competenza. Dopo i primi anni di duro lavoro l’azienda presso cui lavora gli offrì fiducia.

È il primo momento dell’impasto: il lievito del tempo è già dentro, ma non si vede. La fiducia è l’attivatore più potente che lavora sui sogni degli uomini: tesse le trame di quella che sarà la mollica nella pancia sostanziosa del pane, sbrogliandone la matassa intricata, senza poterci dire, però, come la sistemerà nella cottura.
Erano anni di crescita: Angelo imparava a fare il pane e la pasta, ma allo stesso tempo ascoltava, osservava, rifletteva su come un progetto alimentare possa uscire dalla terra d’origine e diventare patrimonio comune. La pasta madre del lievito era ancora lì, nutrita dai sogni e dalla fiducia.
Ad Angelo, trentenne il sogno si presentò indurito dal dolore; nel mezzo della sua carriera il suo vecchio capo lo chiamò accanto a sé: una malattia lo rendeva prossimo alla fine e aveva paura che anche il suo piccolo pastificio, a cui aveva dedicato tutta la sua vita, si ammalasse e morisse con lui. “Non potevo dire no: la carriera, le soddisfazioni economiche, la certezza, erano diventati accessori. Lui mi aveva insegnato molto di quello che sapevo– racconta Angelo- ed era arrivato il tempo di dimostrargli che avevo appreso bene. Al di là del senso di riconoscenza c’era quello della sfida che mi spingeva a misurarmi con me stesso e le mie aspettative. Mollai tutto e decisi di ricominciare, da capo”. Angelo si licenziò dall’azienda dove era destinato a fare una veloce carriera, nonostante le proteste dei suoi datori di lavoro, e si imbarcò nella sua prima impresa imprenditoriale da rilanciare. Non sapeva ancora che ce ne sarebbero state tante altre: il pensiero di farlo quella volta era già per lui il peso più gravoso che potesse affrontare. Erano anni duri, in cui anche la vita personale di Angelo pagava uno scotto all’impegno totale profuso nel lavoro. La missione, però, andò a segno: il vecchio pastificio riuscì a superare il momento di crisi

Il lievito, intanto, sgomitando aveva preso il suo posto, diffondendosi nella trama fitta dell’impasto. Non era più tempo di cercare nuovi impieghi, ma di dare forma ai sogni che nel frattempo si erano infittiti. Angelo aveva accumulato grande esperienza nel mondo della panificazione e della pastificazione e da tempo prestava particolare attenzione ai germogli di quella rivoluzione, oggi esplosa, che riguarda la produzione biologica e i grani autoctoni. Nel 2012 decise di fondare “Terre e Tradizioni” insieme a un vecchio amico di Raddusa. Era una rivoluzione culturale, prima che commerciale: sono gli anni in cui il cibo oltrepassava l’esigenza della “sazietà” e toccava i temi della nutrizione, del benessere, della soddisfazione sensoriale. Angelo tornò in Sicilia anche col cuore, rifondando la sua famiglia.

Ecco arrivato il tempo della cottura. Tutti gli ingredienti sono ramai nel forno, hanno lavorato  per trovare il loro posto, adesso è il momento di solidificare la forma.

Con l’ingresso di nuovi soci la forma dell’azienda cominciava a traballare; le visioni si diversificavano e Angelo decise di tornare a rilanciare il suo percorso: valorizzare i percorsi più autentici e genuini legati all’alimentazione
biologica e autoctona siciliana, e regionale in genere.

Nel 2016 lascia l’azienda e si rimette in gioco con Biocomm, nata nel maggio 2015, la prima agenzia di rappresentanza siciliana che si dedica alla commercializzazione e promozione del vasto patrimonio enogastronomico biologico. Una scommessa che in meno di due anni lo porta a realizzare linee bio per importanti marchi agroalimentari, curando la conversione di alcune produzioni e il lancio ex novo di altre.
È il 2017: il sogno di Angelo è croccante e appena sfornato. Torna tra le farine che l’avevano fatto innamorare tanti anni fa affiancando alla Biocomm una produzione interamente dedicata ai grani antichi siciliani. I “Fornai Siciliani” rifornisce tre province di Sicilia ed è un marchio in espansione. Intanto Angelo Suffia continua ad affiancare tante aziende, progettando con loro nuove linee votate al biologico e ad un sano stile nutrizionale; come “Antica Memoria” de La Finestra sul Cielo, che lunedì 22 maggio è stata presentata durante un convegno sponsorizzato e incentrato proprio sui grani antichi, tra i cui relatori c’era anche Franco Berrino fondatore dell’associazione “La grande via”, oncologo e specialista della nutrizione.

Nella Sicilia che fu granaio d’Italia ci sono germogli che non si rassegnano a farsi livellare dalle avversità climatiche, né di appiattirsi in mezzo alla pula.

C’è chi decide di affidarsi al lievito buono per costruire la buona sorte, non solo per attenderla.

STORIE

Avere più o meno trent’anni, in Sicilia, per alcuni può voler dire trovarsi di fronte due strade.

La prima, è quella che ti porta a salutare l’isola. Per andare altrove, chissà dove, con la consapevolezza di portarsi dentro quel perenne desiderio di tornarci quanto prima o di tornarci prima o dopo, perchè l’idea secondo cui “puoi togliere un siciliano dalla Sicilia, ma non potrai mai togliere la Sicilia dal cuore di un siciliano”, sembra essere qualcosa di più, di un luogo comune.

La seconda, invece, è quella che ti porta a restarci. Non solo perchè l’amore viscerale (e la paura di come possa essere altrove) rende inconcepibile l’idea di starne lontano, ma è esso stesso motore della voglia di portarci gli altri.

Qui vi raccontiamo la storia di otto ragazzi che hanno scelto di rimanere dove sono, pur senza rassegnarsi di lasciare tutto com’è: il loro “dove” e il loro “tutto” si chiama Ispica.


Il piccolo Comune in provincia di Ragusa, può non rievocare molto a un ipotetico visitatore che ne senta pronunciare il nome per la prima volta. Il Val di Noto riporta più facilmente alla memoria Ragusa Ibla, Scicli, Modica, Noto, Siracusa, tutti Patrimoni Unesco dall’appeal consolidato. Eppure, chi è appassionato di cinema, probabilmente non la penserà così. Ispica è stata infatti la location principale di “Divorzio all’Italiana”, pellicola del 1961 di Pietro Germi che valse la consacrazione di Marcello Mastroianni e vide l’esordio di una giovanissima Stefania Sandrelli. Il film, oltre a rappresentare una pietra miliare della “Commedia all’Italiana”, affronta fra le altre la questione del Delitto d’Onore, regolato allora dall’anacronistico art.587 del Codice Penale e abolito soltanto venti anni dopo.

La pellicola ricevette numerosi premi: nel 1962 vinse il Festival di Cannes come miglior commedia, e dello stesso anno sono i Nastri d’Argento per il miglior Soggetto Originale e la miglior sceneggiatura a Pietro Germi, Alfredo Giannetti ed Ennio de Concini, e a Marcello Mastroianni come miglior attore protagonista.

E’ l’anno successivo che il Film riceverà il Premio più ambito, che lo consegnerà definitivamente alla storia del cinema: nel 1963 arriva infatti l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, oltre alle nomination di Pietro Germi alla miglior regia, e di Marcello Mastroianni come miglior attore protagonista.

Per tanti anni, ed esattamente cinquanta, il ricordo di quei giorni che videro Ispica e il suo centro storico trasformati in un set all’aperto è rimasto vivo solo negli occhi degli ispicesi che quei giorni li hanno vissuti. Come comparse, come curiosi, come chi si è ritrovato allo stesso tavolino del bar con Pietro Germi o Marcello Mastroianni. Basta chiedere a chiunque di loro un ricordo, un accenno, un aneddoto relativo a quei giorni per far brillare gli occhi di quei fortunati astanti.

Le parole, però, hanno vita lunga e scorza dura, soprattutto quando sono storie che cadono su terreno fertile. Nel 2013, a cinquant’anni esatti dalla statuetta, tre giovani ispicesi, Giuseppe Santoro, Giorgio Caccamo e Marco Ruffino decidono che un anniversario così non può passare in silenzio. Il 25, 26 e 27 luglio organizzano una tre giorni celebrativa, che rievoca l’atmosfera cinematografica tramite la rappresentazione in chiava teatrale delle scene più significative del film, negli stessi posti dove furono girate: il Corso Garibaldi, La Società Operaia, la scalinata della Chiesa Madre.

La rievocazione, però, non si ferma al patrimonio di Germi però, dato che Ispica è stato set cinematografico per altre importanti produzioni. Franco Battiato, per esempio, ha scelto il Loggiato del Sinatra della Basilica di S.Maria Maggiore per alcune scene del suo “Perduto Amor“, e sempre il Loggiato ha ospitato le riprese de “La meglio vedova di Duccio Tessari” del 1968, e de “Il Viaggio”, ultimo lavoro da regista di Vittorio de Sica nel 1974. Più recentemente è apparso anche in un episodio della serie “Il Commissario Montalbano”.

Ed ancora: Piazza S.Antonio è stata teatro dell’ultima interpretazione in coppia di Franco e Ciccio, nella pellicola “Kaos” dei Fratelli Taviano del 1984. Palazzo Bruno, sede del Municipio, è stato scelto per alcune riprese de “Il Commissario Montalbano”, Palazzo Modica per “Il Capo dei Capi”, Piazza Unità di Italia per la serie tv “Non parlo più”, il Parco Forza e i tornanti della Barriera appaiono in “Andiamo a quel paese” di Ficarra e Picone, ed infine la spiaggia di Ciriga in “Italo” di Alessia Scarso.

Insomma, il legame fra la città ed il cinema è mica da poco;  i festeggiamenti del cinquantesimo anniversario dall’Oscar di Divorzio all’Italiana hanno contribuito a riportarlo alla luce. Sarebbe però un peccato lasciare che gli sforzi fatti per riconoscere tale legame e valorizzarlo finissero lì.

Siamo nel 2013. L’occasione da cogliere al volo è il bando “Giovani Protagonisti di sé e del Territorio (CreAZIONI Giovani)”, emanato dalla Regione Sicilia e volto a premiare progetti che promuovano lo sviluppo del territorio. L’obiettivo è far sì che siano proprio i giovani i protagonisti della trasformazione dei propri contesti locali.

Bando alla mano,  i giovani ispicesi studiano un progetto che coniughi il cinema, il territorio ed il turismo.

Su 389 progetti pervenuti alla Regione, “Divorzio all’Italiana. Ispica da Oscar” si classifica al quinto posto. Approvato.


“Ispica da Oscar-Divorzio all’Italiana- spiega Giorgio Caccamo, presidente dell’Associazione Ispica da Oscar e già fra gli organizzatori della manifestazione del 2013- si propone di promuovere il territorio attraverso il legame che questo ha col cinema, con l’obiettivo di generare in esso flussi turistici. Una bella location, infatti non basta di per sè ad attrarre visitatori; occorre piuttosto trasformarla in una destination, attraverso tutta una serie di azioni di promozione e marketing territoriale. Soprattutto, avvalendosi del talento e della creatività dei giovani, che sono i beneficiari del progetto e gli attori, non solo in senso figurato, dello stesso.”

Materialmente, questo in cosa si traduce? “Lo scopo è quello di realizzare un remake delle scene più celebri di 7 film di Pietro Germi presso le principali location della città, coinvolgendo in un itinerario cineturistico luoghi, persone ed operatori economici. Per far questo, il primo passo è stato la realizzazione di una attività formativa rivolta a giovani fra i 14 ed i 24 anni, attraverso un laboratorio cinematografico e cineturistico. I partecipanti al laboratorio, ben 70, hanno avuto così modo di acquisire quelle competenze che serviranno loro ad aprile, quando saranno chiamati a mettere in pratica quanto imparato. L‘evento sarà visibile dal pubblico, oltre che ovviamente live, anche grazie a un megaschermo posizionato in un punto strategico che consentirà a chiunque di vedere le scene contemporanemente. Durante la manifestazione, infine, i visitatori avranno a disposizione una guida e una map movie che consentirà loro di muoversi agevolmente all’interno dell’itinerario. Sono previsti dei tour guidati all’interno di palazzi storici della città, che riapriranno le loro porte proprio per l’evento, degustazioni di vini e prodotti tipici, mostre fotografiche e la presenza di ospiti illustri che non vogliamo ancora svelare.”

La tre giorni che si terrà il 21, 22 e 23 aprile 2017 rappresenta quindi l’ultimo step del progetto? Assolutamente no, come ci spiega ancora Giorgio. “Lo scopo è proprio quello di dargli continuità, attraverso la costituzione di una DMO (Destination Management Organization), ovvero di una organizzazione che si occupi di promozione, marketing e branding della destination, e che faccia da riferimento per i soggetti esterni che ad essa guardano con interesse, come case di produzione, tour operators e visitatori. Inoltre, una volta costituita la DMO, sarà possibile partecipare alla Borsa Internazionale delle location di Roma (BIL), con la possibilità di creare ulteriori sinergie fra produzioni audiovisive e territorio.”

Giorgio è uno degli otto giovani che dicevamo. Gli altri sette si chiamano Marco, Antonio, Davide, Giuseppe, Lara, Rosalinda e Mary. Poi ce ne sono altri 60 di giovani, che del progetto saranno i protagonisti, sotto la guida dei docenti, del regista Ruben Ricca e degli altri che con passione li hanno formati.

In comune hanno tutti l‘amore per il posto in cui sono nati, in cui vivono ed in cui vogliono restare, magari rendendolo migliore, magari presentandolo agli altri. In comune hanno il fatto che loro, la scelta l’hanno già fatta.

 

Antonio Grassia

RACCONTISTORIE

Chi l’ha detto che il Sud debba sempre essere terra da colonizzare per le buone idee? Ci sono intuizioni che muovono qui i primi passi e poi riescono a trovare terreno fertile, diffondendosi anche altrove, grazie alla capacità di visione e al supporto del team che ci lavora. È quanto accade da otto anni con la Settimana del Baratto, un’iniziativa nata otto anni fa dall’intuizione di un imprenditore di Modica, Giambattista Scivoletto, che da quest’anno si apre al mondo.

STORIE

Non sono una scrittrice, sono solo una donna schifosamente ottimista. Avrei voluto scrivere un libro non lacrimevole, mi è stato difficile perché in questi miei primi 45 anni di vita, da ridere c’è stato ben poco: ma quelle poche risate me le sono godute tutte e oggi cerco di piangere di felicità”. Muni Sigona comincia a raccontare così la sua storia, che oggi è diventata la storia della Casa di Toti, l’albergo etico che vuole realizzare per suo figlio, nelle prime parole del libro “Calle Calle, biografia di un sogno”. “Ricordi, riflessioni, rancori, speranze”, ci sono in questo libro in cui la parola “autismo” compare poche volte ma la parola “sogno” moltissime, così come poche volte compare la parola “lacrime” e moltissime la parola “baci”.

È uno dei tanti modi che ha trovato per portare avanti il sui coraggioso e determinato fundraising, questo libro. Perché questa donna che nel suo corpo minuto contiene un’inesauribile scorta di amore per la vita ha fatto una promessa a suo figlio Toti, prima ancora che a se stessa: lui e tutti i ragazzi come lui, che soffrono di disturbi psichici e hanno bisogno di essere seguiti in ogni momento, non resteranno ai margini della società, ma diventeranno i protagonisti di un nuovo progetto, tutto loro, dove addirittura potranno gestire un albergo e prendersi cura degli ospiti, così come il personale medico specializzato si prenderà cura di loro. 


L’idea dell’albergo etico “La Casa di Toti” è nata nella sua mente qualche anno fa, insieme all’idea di trasformare la villa di campagna della sua famiglia in contrada San Filippo, che già oggi è organizzata in forma di struttura ricettiva, gestita da Muni e da suo marito. 

Per realizzarvi dentro ciò che ha immaginato, però, ha sempre saputo che non sarebbero bastate le sue sole forze: così ha deciso di cercare aiuto a quelle delle imprese siciliane, anche attraverso i nuovi strumenti di finanziamento con il contributo di Franco Antonello, patron de I Bambini delle Fate. 

Muni è andata a andata a cercare queste aziende una per una girando la Sicilia in lungo e in largo e raccontando cosa ha in mente, mai semplicemente commuovendo imprenditori e professionisti ma piuttosto convincendoli, business plan alla mano, a mettere un mattone nel suo progetto: “La Casa di Toti – ci racconta – nasce dal sogno di una mamma. Sarà una comunità residenziale per disabili dove faremo conciliare integrazione sociale e occupazionale,  ribaltando il concetto di assistenza al disabile, che da fruitore del servizio, assistito da tutor specializzati, avrà l’impressione di esserne il gestore. La comunità residenziale sarà gestita da una onlus, quindi da  operatori professionisti, dove ragazzi come Toti, che soffre di un  disturbo psichico e che necessita di essere seguito e protetto in ogni momento, vivranno e saranno occupati anche nella gestione dell’albergo Etico, a latere della comunità. Il sogno della nostra famiglia è di creare un futuro, un ‘dopo di noi’ per Toti e i suoi amici che non hanno colpa di essere diversi e speciali”.

Ci sono già oltre 20 aziende siciliane dal cuore grande che si sono dimostrate subito pronte a sostenerci”, assicura Muni, che adesso è fiduciosa di poter mettere “la prima pietra” in autunno: “La raccolta fondi sta andando molto bene, questa terra ha cuore solidale, e anche il Comune di Modica ci ha già dato lo sta bene per l’avvio dei lavori”.

“Resilienza”, c’è scritto da qualche parte nel libro, che raccoglie anche testimonianze di amici e di parenti che la osservano stupiti per tanta forza e tanta determinazione: Muni Sigona dimostra infatti non solo di saper raccontare il dolore in modo semplice – senza nasconderlo, ma senza cadere nel rischio di ingigantirlo -, non solo di saper trovare un altro modo per ri-leggere la propria storia, ma anche di saper diventare con questo un esempio per gli altri.