In qualche posto, in qualche tempo, nell’Isola.
Una nonna e una nipotina, in attesa di responsi.

– Chi tiempu fa fora?
– Annuvulatu.
– Annuvulatu.
Cala a finestra, ca trasi l’aria ‘mpicusa e i muschi. Stamu o scuru ca è miegghiu.

La nostra paura del peggio è più forte del desiderio del meglio, diceva Elio Vittorini.

 

Un anno fa ero sul palco del Teatro “Tina Di Lorenzo” di Noto. Buio; nel nero della platea formicolavano le voci di chi, venuto per ascoltare il sassofono di Francesco Cafiso, si trovava davanti la voce scarna dell’attrice Monica Trettell che leggeva un brano de “Le città del mondo” di Elio Vittorini.

Mezz’ora più tardi era già buio pesto: la notte di nuovo, con la gloria consueta delle sue stelle nei cieli, ma con gloria anche in terra, di lumi a crocchi e a cumuli, e di lumi sparsi o in file qua e là, tra chiarori che a poco a poco si alzavano come polveroni, e tra fosse di chiarori. Ogni persona aveva accanto il suo lume, adesso: suo almeno per un terzo, o almeno per un quarto, almeno per uno spicchio; e ogni lume era una persona, era con un volto, e poteva dire no, poteva dire sì, e spegnersi e riaccendersi. La bella gente che Rosario incontrava nei suoi viaggi era tutta lumi. E la brutta e abietta, la malata, la malvagia, non era pure essa forte di qualcosa per cui si rodeva, e quindi ardeva e mandava luce? Di giorno uno può dire che gli uomini sono formiche. Dire, scorgendoli nelle distanze, che sono dei semplici puntini neri. Ma la notte lo si può più dire? Per quanto si guardi lontano non si vedono che fuochi. Chi può più infischiarsi degli uomini e disprezzarli? Se ne ha rispetto, infine. Uno cioè, se li considerava dei vermiciattoli, ora si accorge che li odia e li vuol distruggere. Un altro che credeva di averne compassione, ora si accorge che li ama. E c’è chi li odia e li ama insieme. C’è chi li teme. Ci sono le migliaia e le centinaia di migliaia che di giorno ne diffidavano soltanto e ora ne hanno un terrore folle e fuggono”.

Buio in sala. Buio nelle teste di chi si agita in questo buio e rischia di abituarcisi.
E nel chiarore fioco di una luce che mi sorreggeva sul palco, ho iniziato a raccontare.

Di quel rumore dei passi di viandanti che, appesantiti dalla polvere del percorso, tirano dritto. Dove, non si sa bene. C’è chi scende dalla Montagna dove l’aria fredda rischia di ghiacciare i buoni propositi e chi, dalla Valle, invece, cerca alture più consone alle proprie intenzioni. C’è chi si ritira dalle Coste perché il vocio insistente di chi approda e riparte non permette alla volontà di sedimentare e chi, invece, va a cercare il Mare per trovare popoli che lo aiutino a tessere la stoffa delle idee che ha raggomitolato nella sua testa, lungo gli anni.

Ognuno col suo cammino, con le sue scarpe, spesso rotte, qualche volta più resistenti e nuove, altre volte scalzi.
In questo cammino senza meta tutti hanno un lumino in mano: serve a schiudere spazi nuovi alle visioni che hanno nel bagaglio.

Mi è sembrato di poterli vedere in questi anni in cui il lavoro e la curiosità mi hanno portato in giro per le strade della Sicilia e del sud più in generale: erano nella vigna alle pendici dell’Etna e in quella, meno fortunata, in un territorio ai margini che aveva perso la memoria della sua vocazione; nella grande azienda che, con un pizzico di audace superbia, ha provato a sporgersi troppo fuori oltre lo Stretto. Ed è caduta. E nell’idea nata per gioco che metteva radici proprio negli angoli più remoti delle provincie di confine e da lì, poi ha spiccato il volo. In chi è andato per tornare e non ci è riuscito, in chi è andato ed è stato richiamato da quelle radici lunghe che gli ammorbano il sangue e lo riportano qui, in questo scampolo di terra in mezzo al mare. In chi è stato bruscamente spedito fuori per dare un nome al sud che portava dentro.

Mi sembrava di poterli vedere, i lumini di questi viandanti affaticati, anche quella sera in sala.
Erano lì per aggiungere al bagaglio qualche pezzo di strada.
Ma come si fa a parlare della luce dove non ce n’è?
Come si fa a trovare il coraggio di mettersi in viaggio?
Quella sera raccontavamo le storie di chi ci aveva provato e c’era anche riuscito.
Quando le strade sono troppo aspre da percorrere, si può prendere in prestito qualche pezzo percorso da altri. Per farsi ispirare, emozionare, motivare. Per trovare la propria strada nel crocicchio degli incroci.
La musica di Francesco Cafiso con “La banda”, omaggio alle intersezioni di quello che è stato e di quello che può essere nel frastuono della Sicilia, ci sommerse tutti.
Era il 15 giugno 2015 e non ero la sola a crederlo. Oggi, grazie alla volontà dell’associazione Melete e del suo presidente Enzo Maria Storaci, entusiasta sostenitore di tutti i Siciliani (e non solo) all’Opera, quell’augurio diventa realtà in questo blog.

Da qui si parte per tracciare il cammino dei viandanti e narrarne le fiamme dei lumini accesi. Per me, che ho solo le parole a testimone, non poteva che essere un viaggio fatto di racconti: ritratti, vicende, sogni, visioni. Di gente del sud anzitutto: quelli che lo erano e quelli che lo sono diventati. Quelli che si ci sentono altalenando la frustrazione all’orgoglio di mescolare nel sangue tante storie d’umanità e genti.

Siracusa, adesso, nell’Isola.
Una mamma e una figlia, costruiscono responsi.
-Che dice il tempo oggi?                   
– Uffa, ci sono un po’ di nuvole.
– Che meraviglia, le nuvole.  Tra poco inizierà a soffiare il venticello leggero. Apri la finestra, che quando arriva il primo raggio di sole non voglio perdermelo.

#Playlist: Ad astra, Veivecura

 

Raccontare il sud che c’è, per costruire quello possibile

Santina Giannone
Santina Giannone

Siciliana, mamma. E poi giornalista, consulente aziendale e dottoressa di ricerca in Scienze Cognitive. Credo nella commovente capacità di chi vuole, fortemente vuole. E quando vacillo rileggo Calvino: “L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Categorie: RACCONTISTORIE
0
1057 views

Commenti alla Storia

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *