STORIE

Di Gaetano Di Pino arrivano subito le mani: la stretta con cui accoglie i visitatori nella sua azienda, che poi è anche casa sua, è vigorosa e sicura, nodosa come i tronchi degli alberi che hanno visto tante estati e inverni e li sanno ancora citare tutti. Mentre racconta della sua storia di imprenditore agricolo nella voce si sentono le fessure del tempo: le parole ricompongono una saga familiare di cui ogni ascoltatore, per un attimo, si sente parte.

Busulmona è una contrada a pochi chilometri da Noto. Dalla piccola altura su cui sorge l’azienda agrituristica che la famiglia Di Pino ha fondato nel 2001 si coglie con una sola occhiata tutta la vallata antistante. Un luogo che perde i connotati fisici e diventa manifestazione di una natura rigogliosa e impervia senza tempo. Per l’uomo che vi arriva la devozione a tanta bellezza può condurre solo a due strade: impadronirsene oppure diventarne amico. Gaetano Di Pino aveva già nel cuore i semi della bellezza di Noto, dove era giunto per un breve viaggio nel 1982 da Centuripe; qualche anno dopo ci torna e l’innamoramento sboccia in amore. “Centuripe era l’espressione della Sicilia più difficile e chiusa negli anni Ottanta. Ogni sera in campagna svuotavamo il serbatoio della benzina dei mezzi agricoli e li nascondevamo per evitare di farceli rubare. Sono arrivato a Noto e ho trovato i trattori abbandonati a sera in mezzo ai campi, esattamente nel punto dove l’indomani i contadini avrebbero ripreso il proprio lavoro”. Gaetano Di Pino decide di trasferire il suo sogno (e la sua famiglia) qui. Inizialmente pensa di fare un allevamento di lumache e cerca un pezzettino di terra a misura di progetti semplici pragmatici, ma Busulmona, con i suoi 27 ettari di bellezza, li scompiglia. Acquista l’intero appezzamento e da qui ricomincia, producendo soprattutto mandorle e olive. Il loro olio, quest’anno, è stato inserito tra i migliori 20 di Sicilia dalla classifica stilata da Dissapore.

Come ogni grande amore, il caso è poi sostenuto dalla testarda devozione alla causa: per Gaetano Di Pino i motori dell’impegno hanno il volto di Andrea, Luca e Flavia, i tre figli che crescono dentro questo pezzetto di paradiso.

Mi hanno sempre insegnato che se vuoi qualcosa, devi guadagnartela; qualunque cosa tu possa ottenere dagli altri, sarà un pezzo di ciò che è rimasto. Questo ho trasmesso ai miei figli e per loro ho voluto un sogno all’altezza delle loro forze: perché non si rammollissero dietro una vita facile, ma conquistassero pezzo dopo pezzo il loro posto”.

Esperimento riuscito: Andrea a 29 anni è padre di due bambine, la terza generazione di Busulmona e governa i lavori di ogni stagione della campagna; Luca a 26 anni è il sorriso che accoglie i visitatori a Vendicari; accanto all’ingresso dell’oasi naturalistica, infatti, la famiglia Di Pino ha creato un accogliente punto ristoro, Dalla Terra Bistrot, dove serve i prodotti dell’azienda agrituristica (marmellate, conserve, aromi); Flavia si è impegnata negli studi di Scienze Politiche, ma progetta già il ritorno a casa per infondere nuove competenze al progetto Busulmona.

A sorreggere tutti e a testare le ricette dei prodotti “Dalla terra” c’è la signora Anna Stella, matriarca dal sorriso ampio e dagli occhi comprensivi. Anche lei nata a Centuripe, un sottile accento straniero  ne tradisce i lunghi anni trascorsi a Parigi. “Quando le chiesi di venire con me in Sicilia- racconta Gaetano- sapevo che le stavo proponendo una follia: rinunciare alla vita di Parigi per una terra che ancora era molto indietro. Ma non si è fatta spaventare dal salto e da allora i nostri passi sono stati sempre uno al fianco dell’altro”. A vederli battibeccare oggi, attorno al grande tavolo in marmo della cucina di Busulmona, si capisce che non potrebbe essere altrimenti. 

La passione, come l’impegno, dopo tanti anni non si è ancora sopito. I progetti si consolidano e si rincorrono grazie al fermento e alla curiosità verso le innovazioni che oggi rendono l’agricoltura un tassello di valorizzazione del territorio. “Con il punto ristoro a Vendicari– racconta Di Pino- abbiamo integrato la filiera; siamo agricoltori, ma anche produttori e ambasciatori del territorio. Ogni anno centinaia di visitatori si fermano nella nostra piccola oasi; siamo consapevoli che conoscono la Sicilia anche attraverso le nostre parole, i nostri servizi e i prodotti che proponiamo. Per questo chiedo sempre a tutti di ricordarci di essere all’altezza della terra in cui abbiamo la fortuna di vivere”.

Se gli chiedi com’è questa Sicilia, rispetto a quella che conobbe quasi 30 anni fa, le mani anticipano la voce: si muovono veloci, congiungendosi in una stretta felice; un riflesso di forza scorre su tutto il viso sempre abbronzato, illuminando gli occhi:”Trent’anni fa guardare avanti era difficile, tutto era buio e non si vedeva nessuna luce. Oggi credo che sia molto diverso, le difficoltà rimangono, ma almeno abbiamo la possibilità di intravedere dei traguardi e di poterci lavorare con le nostre forze”.

Vorrei ancora chiedere al signor Di Pino qual è il segreto per mantenerle forti e efficaci, queste forze che ci accompagnano e, qualche volta, ci tradiscono durante il cammino. Accoglie la nipotina che gli salta in braccio, la stringe con delicatezza, accarezzando il ricciolo di marmellata che è rimasto sul viso, complice di una marachella in cucina e strizzandole l’occhio, commenta:”In fondo non si è raggiunto mai nulla di importante senza determinazione”.

 

 

 

 

 

STORIE

Per questo gli uomini muoiono: perché non sanno ricongiungere il principio con la fine
(Alcmeone di Crotone, medico della Scuola Pitagorica)

 

Ci sono tanti modi per essere siciliani. Questa terra dall’identità così molteplice e panica, malgrado lei,  continua a sorprenderci attraverso le storie dei suoi figli. Quelli migliori.

Possiamo domandare cosa significa essere nati in Sicilia e quale eredità se ne può distillare ai due fratelli Alderuccio, Stefano e Gianluca che, partiti da Noto giovanissimi, oggi tornano a renderle omaggio, uniscono passato e presente, saldano generazioni  con testa e cuore, storia familiare a storia collettiva con una operazione di raffinata ricerca e autenticità. Da Noto a Grasse, patria della parfumerie francese, e ritorno.

Si può tornare a casa catturati da una fragranza misteriosa ed impalpabile che, come la madeleine di Proust, ci restituisce intatta la malìa inquieta di certi tramonti d’estate, l’assolo di cicale e grilli da una terrazza intagliata nell’oro caldo della pietra, e ritrovare, fuori dal tempo, il senso segreto di un istante scolpito nella memoria: quel gelsomino che a sera si schiude e disperde struggente il suo profumo, contro un cielo punteggiato di rondini.

Salvatore Scorsonelli

Si può ritornare bambini e giocare fra petali di mandorlo che, a primavera, ammantano di bianco la terra nera della campagna siciliana e sentirne il dolceamaro della sua essenza, le lotte aspre dei contadini, la durezza della fatica riscattate da una imprevedibile e provvida dolcezza che pasticcieri come alchimisti trasformano in paste morbide, frutta di zucchero, confetture, granite. Il profumo ti viene incontro lungo le vie antiche lastricate di pavè nero e ciottoli di fiume. Un rapimento dei sensi, promesse di indugi meditativi del gusto, di esplorazioni olfattive al confine fra eccessi e sobrietà. Autenticità. Ricerca pura.

Si può ascoltare il racconto di una Sicilia che non c’è più, e farla rivivere, storditi dalla luce abbacinante. Nell’odore profondo della zagara, presentire la forza del sole che fa rosse e succose le arance amare, e scoprire pagine inedite di una civiltà di siciliani industriosi e ingegnosi che solo mezzo secolo fa distillavano dai fiori della zagara il Neroli, l’essenza siciliana più pregiata per mandarla in Francia perché diventassero eau de parfum.

E così il nostòs, il ritorno, si illumina di bianco e si profuma con i toni un po’ epici e un po’ poetici di un cunto popolare.  Lungi dall’essere una banale operazione “nostalgia”, la storia di questi profumi di altissima qualità  dallo stile contemporaneo, è un modo di dire Sicilia, un modo colto e intraprendente di rinascere, atto di riconoscenza ad una terra, inebriante e mitica che entra nel respiro e nel sangue, diventa talento.

Stefano Alderuccio
Gianluca Alderuccio

 

 

 

 

 

 

Negli anni ’50, nella città barocca di Noto, in una Sicilia poetica dalla natura ancora intatta, Salvatore Scorsonelli, nonno materno di Stefano e Gianluca, intraprende un’attività di fabbricazione di essenze floreali ed in particolare di zagara, il fiore delicato e inebriante dell’arancia amara. È in Via dei Mille, di fronte alla sua casa, in un grande orto con piante di gelsomino, mandorli, agrumi, che Salvatore installa la distilleria in cui per più di dieci anni fabbricherà una delle essenze più preziose utilizzate per la formulazione dei profumi. L’essenza, di grandissima qualità, estratta tramite la distillazione in corrente di vapore, era destinata ai parfumeurs di Grasse, in Francia. “Da bambini giocavamo spesso nell’orto dei nonni. Con i miei fratelli penetravamo in quel luogo misterioso che erano le rovine delle distilleria. Il tetto cadeva giù, gli alambicchi, i flaconi, le caldaie erano ricoperti di polvere, ma le mura erano ancora impregnate di profumo d’essenze, un profumo che non ho più dimenticato.” Nei ricordi di Stefano la traccia indelebile di quell’infanzia. Gli anni passano, i giovani dal Sud si spostano verso il Nord, studiano.  Si va lontano per cercare il successo, la realizzazione.  Laureato in Economia alla Bocconi di Milano, Stefano  gira il mondo lavorando come manager per grosse aziende per poi stabilirsi in Francia, Gianluca invece è creative director e designer a Milano. 

Ma arriva il momento in cui le radici tirano, potenti e padrone, verso la terra madre. Dai cassetti della memoria, elusiva ed impalpabile come un profumo,  ritornano il laboratorio di Via dei Mille, il nonno Salvatore e i suoi alambicchi. Una storia bellissima della Sicilia che gli Alderuccio vorrebbero non andasse dimenticata.

 Nel 2011, Stefano, anima inquieta e creativa, inizia a lavorare al progetto di rinascita dell’attività familiare legata alla profumeria, si mette sulle tracce del nonno per capire i motivi per cui quell’attività ricca di ricordi e di aneddoti, di cui si parlava spesso in famiglia, si fosse interrotta, e per vedere se non fosse in qualche modo possibile resuscitarla. Con Gianluca e il parfumeur francese Jacques Chabert lavora per far rinascere l’attività legata alla profumeria che la sua famiglia aveva iniziato a Noto, in Sicilia, negli anni ’50. È così che inizia allora un viaggio nel mondo delle fragranze, un viaggio che dalla distilleria abbandonata di Via dei Mille, porterà nuovamente Stefano da Noto, dalla punta estrema della Sicilia, a Grasse, a Parigi, a Firenze, per poi ritornare di nuovo in Sicilia alla ricerca dei migliori artigiani, delle migliori materie prime siciliane con una sola idea: far rivivere quei profumi.

Nasce IANCO, frutto di un lavoro di ricerca esigente e della selezione di materie prime di origine siciliana. Una condizione essenziale, la sola che può far rivivere un pezzo di storia familiare legata alla profumeria e strettamente connessa alla storia manifatturiera della Sicilia, che fino alla seconda metà del ‘900 ha prodotto essenze estratte da frutti, fiori e piante locali destinate all’industria della profumeria francese. Un’attività che, con qualche eccezione, scomparve bruscamente per l’introduzione delle sostanze sintetiche nella fabbricazione dei profumi e lo sviluppo dell’attività estrattiva in paesi con costi di produzione più bassi come il Nord Africa. I fratelli Alderuccio ci lavorano per quasi due anni.

Di Gianluca è il linguaggio visivo di Via dei Mille · Sicilia, un universo estetico che rivisita la tradizione, lontano dagli stereotipi.  Nei dettagli spesso ignorati, negli elementi decorativi minori, nei ricami e nei fregi, nei disegni delle maioliche, nell’eleganza dei balconi in ferro battuto, trova ispirazione per costruire un immaginario evocativo e originale. Un processo creativo che ha visto vari stili dapprima sovrapporsi, poi disgregarsi, per riapparire infine nella raffinata forma di un “minimalismo barocco”. Anche nel packaging Stefano e Gianluca hanno voluto fedeltà al concept del progetto. I profumi Via dei Mille · Sicilia sono confezionati infatti in flaconi provenienti da una delle più antiche vetrerie italiane, e custoditi in un cofanetto realizzato con pregiate carte naturali. Ogni cofanetto è rivestito da una guaina su cui sono impressi a sbalzo i motivi rivisitati di antichi decori siciliani. La collezione IANCO, in particolare, riprende i disegni di alcune pavimentazioni storiche in maiolica di un suggestivo convento settecentesco nei pressi della città di Noto.

La dominante di bianco impreziosito da dettagli in nero, che caratterizza il packaging, rimanda agli interni delle chiese e dei palazzi tardo-barocchi che, a differenza delle sofisticate facciate, sono spesso rivestiti da un intonaco bianco sul quale stucchi ed elementi decorativi scultorei risaltano sottolineati da sottili bordature di colore nero.

Dagli anni ’50 al 2017. Un cerchio che si chiude, si ricongiunge il principio con la fine. Si torna a Noto, in Via dei Mille.

 

 

 

 

RACCONTI

Un momento della coltivazione dello zafferano.

Lo abbiamo ormai sentito in tutte le salse che la Sicilia, per via della sua posizione strategica, è stata da sempre terra di approdo e di integrazione: Fenici, Greci e Romani, Bizantini ed Arabi, Normanni, Svevi, Angioni ed Aragonesi, Austriaci e Borboni, giusto per citare solo i principali “ospiti” che nella storia si sono succeduti, non ci hanno lasciato solo meraviglie architettoniche, palazzi e monumenti, ma qualcosa di ben più profondo. Il carattere dei Siciliani è il risultato complicato, controverso, articolato, dei mille tratti di chi in Sicilia si è susseguito, nei secoli, e che difficilmente è riscontrabile altrove.  Sarà forse anche per questo che lo straniero, da noi, non è del tutto straniero; sarà forse ormai una questione di abitudine, sarà che la Sicilia è sempre lì, nel bel mezzo del Mediterraneo, e che gli stranieri, per motivi diversi, continuano ad arrivare, ma pare che qui, questa cosa, risulti un po’ più naturale, un po’ più fisiologica, che altrove. Pare ancora più naturale, evidentemente, ai ragazzi di Meridies, Associazione ispicese che, in collaborazione con la Fondazione Val di Noto, si è fatta promotrice del Progetto “Radici per Volare”. In cosa consiste?

“Radici per Volare” nasce con l’obiettivo di aiutare i migranti richiedenti asilo nel nostro Paese su due fronti: da un lato, favorendone la riabilitazione psicologica e sociale, dall’altro, promuovendone la formazione e l’inserimento lavorativo.

Chi sopravvive ai “viaggi della speranza” porta con sé ferite profondissime, non solo visibili. Sono sofferenze causate da violenze inumane, fisiche e psicologiche perpetrate ai danni dei migranti nel loro paese di origine, e durante il terribile viaggio dal deserto all’inferno libico, all’attraversamento in mare. Una volta approdati sulle nostre coste e passati dai centri di prima accoglienza, queste persone vengono poi smistate nei C.A.S. (Centri di Accoglienza Straordinari) e negli S.P.R.A.R. (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), una “sosta” burocratica lunga ed improduttiva che contribuisce a rafforzare il senso di isolamento e di inutilità. Cicatrici del corpo e dell’anima, quindi, che hanno bisogno di essere viste e curate da occhi competenti e da uno sfondo di relazioni intime, sociali e lavorative.

I lavori in campagna.

Stefania Pagliazzo, psicoterapeuta esperta in traumi estremi, ha pensato che per far germogliare nell’animo di queste persone una nuova linfa, servissero dei semi. Sì, dei semi, e nello specifico di zafferano. Perché cosa può ripristinare l’equilibrio interiore di una persona, se non il contatto con la natura, la dignità del lavoro e le relazioni umane? Così, insieme all’agronomo Agostino Cordelli, a Pierpaolo Bellia, Giuseppe Calvo e Antonio Gianna, membri di Meridies, e al mediatore culturale della Guinea Konakry, Thierno Barry, si è messa alla ricerca della terra in cui piantarli. E la terra è stata gentilmente messa a disposizione dai Frati minori del Convento di Gesu, a Ispica. Qui, grazie al coinvolgimento di 5 migranti ospiti del C.A.S. di Modica, e con l’obiettivo di aumentarne il numero, i semi sono stati piantati.

I fiori di zafferano.

Una coltivazione, quella dello zafferano, per altro non semplice. Dalla messa a dimora dei bulbi alla raccolta dei fiori, dalla depistillazione alla essiccatura, fino al confezionamento ed alla commercializzazione, i ragazzi hanno curato praticamente tutta la filiera. Braccia italiane ed africane hanno lavorato a fianco, scambiandosi conoscenze e competenze. Il risultato è stato uno zafferaneto di 5000 bulbi di corpus sativus, che ha già regalato il suo primo raccolto, e un ricco orto sociale composto da molte specie orticole.

E loro, i protagonisti, cosa ne pensano di questa esperienza? Siamo andati a chiederglielo. Grazie alla gentile collaborazione di Giuseppe Calvo e Stefania Pagliazzo abbiamo potuto così incontrare Boua e Malick, due dei ragazzi coinvolti nel progetto. Siamo andati a prenderli al C.A.S. di Modica, dove vivono circa 25 migranti richiedenti asilo, di nazionalità ed etnie diverse, in una convivenza talvolta non semplice. Boua, per esempio, viene dal Mali. Ha 25 anni ed è arrivato in Italia nel marzo del 2015, quando, dopo essere arrivato a Catania, è stato trasferito a Modica, passando per una permanenza di 10 giorni al centro di Pozzallo. Malick è più piccolo, ma solo di età. A dispetto dei suoi 188 cm ha infatti appena 19 anni, viene dalla Costa d’Avorio ed è arrivato a Pozzallo da circa 10 mesi: è in attesa di essere trasferito in uno S.P.R.A.R.. Alternando un po’di francese, italiano e anche un po’ di siciliano sia Obua che Malick si dicono felici dell’esperienza che stanno ancora svolgendo.

I partecipanti al progetto “Radici per volare”

E del resto non è difficile credere loro, visto che le possibilità di impegnare le giornate attivamente non sono molte per loro, e una occasione come questa è accolta con grande felicità. Da come parlano, ridono e scherzano con Giuseppe e Stefania, è facile intendere che il loro è un rapporto che va ben oltre quella che è stata una semplice collaborazione lavorativa ma tocca la sostanza di un progetto di integrazione.

Lo zafferano, poi, loro qui lo hanno scoperto per la prima volta. Malick dice di averci fatto alla fine anche il risotto. Sarà vero? Quando gli chiediamo cosa sognano per il loro futuro, la risposta è la stessa: non possono saperlo. Fin quando non avranno i loro documenti, non potranno fare nessun programma. Non potranno cercarsi un lavoro. Entrambi, però, vorrebbero restare qui in Sicilia. Chiedono solo di riuscire ad aver i documenti necessari per abbandonare lo status di richiedenti asilo, e iniziare a programmare il loro futuro. L’iter burocratico, come ci spiega Stefania, è però lungo e complicato. Loro vorrebbero solo essere liberi di vivere la propria vita, e la vorrebbero vivere qui. Chissà che non sia possibile, visto che, come spiega Giuseppe, il Progetto “Radici per Volare” vuole continuare. L’obiettivo è quello di trasformare infatti il progetto in una attività continuativa di lavoro. L’orto sociale potrebbe fungere anche da fattoria didattica, così da farlo conoscere anche alle scuole e a chiunque volesse visitarlo e provarne i prodotti.

Lo zafferano prodotto da “Radici per volare”.

Riportiamo i ragazzi al C.A.S., e districandoci ancora fra gli incroci di francese, italiano e siciliano, discutiamo di tutt’altro. Obua, che è qui da più tempo, condisce le sue frasi con un bel “Capisti”?. Malick, che ancora deve perfezionare il suo siciliano, al momento di andare via azzarda un:” Anunimmo”. Come? Ah, si, amuninni. E allora andiamo, ma con l’augurio che la burocrazia non lasci loro il tempo di diventare troppo bravi col dialetto. Con l’augurio che Malick, Obua, Justice, Keita e tutti gli altri possano essere presto ragazzi e uomini liberi di progettare il proprio futuro, e che “Radici per Volare” le sue radici possa farle crescere sempre più forti, piantando sempre più semi come questi.

 

Antonio Grassia

STORIE

Non sono una scrittrice, sono solo una donna schifosamente ottimista. Avrei voluto scrivere un libro non lacrimevole, mi è stato difficile perché in questi miei primi 45 anni di vita, da ridere c’è stato ben poco: ma quelle poche risate me le sono godute tutte e oggi cerco di piangere di felicità”. Muni Sigona comincia a raccontare così la sua storia, che oggi è diventata la storia della Casa di Toti, l’albergo etico che vuole realizzare per suo figlio, nelle prime parole del libro “Calle Calle, biografia di un sogno”. “Ricordi, riflessioni, rancori, speranze”, ci sono in questo libro in cui la parola “autismo” compare poche volte ma la parola “sogno” moltissime, così come poche volte compare la parola “lacrime” e moltissime la parola “baci”.

È uno dei tanti modi che ha trovato per portare avanti il sui coraggioso e determinato fundraising, questo libro. Perché questa donna che nel suo corpo minuto contiene un’inesauribile scorta di amore per la vita ha fatto una promessa a suo figlio Toti, prima ancora che a se stessa: lui e tutti i ragazzi come lui, che soffrono di disturbi psichici e hanno bisogno di essere seguiti in ogni momento, non resteranno ai margini della società, ma diventeranno i protagonisti di un nuovo progetto, tutto loro, dove addirittura potranno gestire un albergo e prendersi cura degli ospiti, così come il personale medico specializzato si prenderà cura di loro. 


L’idea dell’albergo etico “La Casa di Toti” è nata nella sua mente qualche anno fa, insieme all’idea di trasformare la villa di campagna della sua famiglia in contrada San Filippo, che già oggi è organizzata in forma di struttura ricettiva, gestita da Muni e da suo marito. 

Per realizzarvi dentro ciò che ha immaginato, però, ha sempre saputo che non sarebbero bastate le sue sole forze: così ha deciso di cercare aiuto a quelle delle imprese siciliane, anche attraverso i nuovi strumenti di finanziamento con il contributo di Franco Antonello, patron de I Bambini delle Fate. 

Muni è andata a andata a cercare queste aziende una per una girando la Sicilia in lungo e in largo e raccontando cosa ha in mente, mai semplicemente commuovendo imprenditori e professionisti ma piuttosto convincendoli, business plan alla mano, a mettere un mattone nel suo progetto: “La Casa di Toti – ci racconta – nasce dal sogno di una mamma. Sarà una comunità residenziale per disabili dove faremo conciliare integrazione sociale e occupazionale,  ribaltando il concetto di assistenza al disabile, che da fruitore del servizio, assistito da tutor specializzati, avrà l’impressione di esserne il gestore. La comunità residenziale sarà gestita da una onlus, quindi da  operatori professionisti, dove ragazzi come Toti, che soffre di un  disturbo psichico e che necessita di essere seguito e protetto in ogni momento, vivranno e saranno occupati anche nella gestione dell’albergo Etico, a latere della comunità. Il sogno della nostra famiglia è di creare un futuro, un ‘dopo di noi’ per Toti e i suoi amici che non hanno colpa di essere diversi e speciali”.

Ci sono già oltre 20 aziende siciliane dal cuore grande che si sono dimostrate subito pronte a sostenerci”, assicura Muni, che adesso è fiduciosa di poter mettere “la prima pietra” in autunno: “La raccolta fondi sta andando molto bene, questa terra ha cuore solidale, e anche il Comune di Modica ci ha già dato lo sta bene per l’avvio dei lavori”.

“Resilienza”, c’è scritto da qualche parte nel libro, che raccoglie anche testimonianze di amici e di parenti che la osservano stupiti per tanta forza e tanta determinazione: Muni Sigona dimostra infatti non solo di saper raccontare il dolore in modo semplice – senza nasconderlo, ma senza cadere nel rischio di ingigantirlo -, non solo di saper trovare un altro modo per ri-leggere la propria storia, ma anche di saper diventare con questo un esempio per gli altri. 

STORIE

42 masterclass tenute da professionisti della musica, 200 musicisti, 28 paesi da ogni parte del mondo e 12 Regioni italiane coinvolte, 2 festival in programma e una serie di collaborazioni in divenire: Ime, International Music Expo nasce già grande. Lo era fin dai primi vagiti, un anno e mezzo fa, quando Angelo Gemma, Nuccio per gli amici, giornalista e regista di consolidata esperienza, lo aveva raccontato alla sua città d’origine, Siracusa. Brillano gli occhi di Nuccio oggi mentre il Sottosegretario di Stato Ilaria Borletti Buitoni presiede la conferenza stampa di presentazione del progetto nel Salone del Consiglio Nazionale a Roma, presso il Mibact, il Ministero dei beni e Attività Culturali e del Turismo. Brillano e si accendono quando lo presenta come un progetto “alla pari”: “Avvieremo una serie di masterclasse specialistiche di World music, lirica, jazz e classica, accogliendo studenti da tutto il mondo– racconta Nuccio Gemma -. Affiancheremo alle attività  formative una serie di iniziative di spettacolo, produzioni televisive e di promozione commerciale attraverso la rete internazionale che si sta formando.  Il coinvolgimento di tanta parte di mondo non può essere solo una richiesta di rappresentanza, ma serve a costruire insieme le tappe del percorso. A farci da guida sarà la musica, linguaggio universale tra i popoli. L’ambizione però va oltre. Intendiamo la musica, e la cultura più in generale,  non solo come mezzo di crescita sociale e civile, ma anche economico. Crediamo che questo progetto possa avere una sua autonomia finanziaria e che produca esso stesso reddito”.

 

Nuccio Gemma con le delegazioni diplomatiche illustra le masterclasse di musica
Nuccio Gemma con le delegazioni diplomatiche illustra le masterclasse di musica

Lo aveva raccontato così anche lo scorso anno a Siracusa, quando dopo una prima interlocuzione con alcuni esponenti  dell’amministrazione cittadina e di quella regionale si erano infittiti nel tentativo di portare a Siracusa la prima grande collaborazione musicale che avrebbe dato il via al progetto: quella con il conservatorio Santa Cecilia di Roma, oggi uno dei partner di Ime. Due cose erano necessarie: un budget iniziale di qualche migliaio di euro per dare l’avvio alle attività e la disponibilità logistica e amministrativa per accogliere le attività previste. Il primo non era un problema: un mecenate  si era innamorato dell’idea e aveva deciso di finanziarne la start up. Lo scoglio insuperabile furono le necessità di pertinenza amministrativa: i locali del teatro cittadino, chiesti come sedi delle masterclasse musicali, sembravano blindate a causa dei vincoli che da anni tiene chiusa e bloccata la struttura. Altre location furono difficili da reperire. Il personale scarso e impossibile da retribuire per eventuali straordinari. Una Caporetto.
Il progetto è naufragato tra i saloni belli di Palazzo Vemexio, perso in un mare di parole. 
Un anno dopo lo troviamo sulle poltrone del Mibact. Accanto a Nuccio Gemma c’è un gruppo di giovani e di professionisti siciliani, che hanno deciso di dare una mano; tra questi la siracusana Costanza Finocchiaro,  che sarà il volto televisivo del vlog e racconterà le avventure musicali dei giovani studenti di Ime. Le telecamere non li seguiranno, però,  per i vicoletti di Ortigia o sulle rovine delle antiche vestigia siracusane, ma per le vie del centro storico di Sanremo. Già città della musica, il Comune ligure ha sposato il progetto, delegando la Fondazione dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo a gestirlo insieme all’altro contenitore musicale, già  di successo, che è Area Sanremo. “Crediamo in questo progetto – ha detto il presidente della Fondazione Maurizio Caridiperché  crediamo che l’esigenza di dialogo e di incontro tra i popoli possa viaggiare sulle note della musica”. Lo stesso Sottosegretario Borletti Buitoni è stata chiara: “Un progetto come questo oggi è la risposta più  efficace e concreta che si possa dare alle recenti vicende terroristiche che scuotono il mondo”.

La conferenza stampa
La conferenza stampa
I siracusani Nuccio Gemma e Costanza Finocchiaro
I siracusani Nuccio Gemma e Costanza Finocchiaro

Si parte a settembre, dunque, con la prima masterclasses del “Progetto Mozart”. Ime, però, punta davvero in alto. Nel Salone del Consiglio nazionale stamattina c’erano una trentina di delegati delle ambasciate diplomatiche da ogni angolo del globo e altrettante hanno dato disponibilità ad avviare future interlocuzioni.  Quattro i settori di interesse comune: quello culturale, ovviamente, ma anche quelli turistico, commerciale e dei media. Uno scambio che si preannuncia molto proficuo per le aziende che vi investiranno alla ricerca di visibilità e reputazione, ma anche di nuove modalità di internazionalizzazione e sviluppi commerciali. “Noi crediamo che con la cultura si mangi, eccome”, sorride sardonico Nuccio Gemma a fine conferenza, mentre intrattiene i delegati che lo placcano con mille domande.
Chissà che questa volta non sia vero.

RACCONTISTORIE

In qualche posto, in qualche tempo, nell’Isola.
Una nonna e una nipotina, in attesa di responsi.

– Chi tiempu fa fora?
– Annuvulatu.
– Annuvulatu.
Cala a finestra, ca trasi l’aria ‘mpicusa e i muschi. Stamu o scuru ca è miegghiu.

La nostra paura del peggio è più forte del desiderio del meglio, diceva Elio Vittorini.

 

Un anno fa ero sul palco del Teatro “Tina Di Lorenzo” di Noto. Buio; nel nero della platea formicolavano le voci di chi, venuto per ascoltare il sassofono di Francesco Cafiso, si trovava davanti la voce scarna dell’attrice Monica Trettell che leggeva un brano de “Le città del mondo” di Elio Vittorini.

Mezz’ora più tardi era già buio pesto: la notte di nuovo, con la gloria consueta delle sue stelle nei cieli, ma con gloria anche in terra, di lumi a crocchi e a cumuli, e di lumi sparsi o in file qua e là, tra chiarori che a poco a poco si alzavano come polveroni, e tra fosse di chiarori. Ogni persona aveva accanto il suo lume, adesso: suo almeno per un terzo, o almeno per un quarto, almeno per uno spicchio; e ogni lume era una persona, era con un volto, e poteva dire no, poteva dire sì, e spegnersi e riaccendersi. La bella gente che Rosario incontrava nei suoi viaggi era tutta lumi. E la brutta e abietta, la malata, la malvagia, non era pure essa forte di qualcosa per cui si rodeva, e quindi ardeva e mandava luce? Di giorno uno può dire che gli uomini sono formiche. Dire, scorgendoli nelle distanze, che sono dei semplici puntini neri. Ma la notte lo si può più dire? Per quanto si guardi lontano non si vedono che fuochi. Chi può più infischiarsi degli uomini e disprezzarli? Se ne ha rispetto, infine. Uno cioè, se li considerava dei vermiciattoli, ora si accorge che li odia e li vuol distruggere. Un altro che credeva di averne compassione, ora si accorge che li ama. E c’è chi li odia e li ama insieme. C’è chi li teme. Ci sono le migliaia e le centinaia di migliaia che di giorno ne diffidavano soltanto e ora ne hanno un terrore folle e fuggono”.

Buio in sala. Buio nelle teste di chi si agita in questo buio e rischia di abituarcisi.
E nel chiarore fioco di una luce che mi sorreggeva sul palco, ho iniziato a raccontare.

Di quel rumore dei passi di viandanti che, appesantiti dalla polvere del percorso, tirano dritto. Dove, non si sa bene. C’è chi scende dalla Montagna dove l’aria fredda rischia di ghiacciare i buoni propositi e chi, dalla Valle, invece, cerca alture più consone alle proprie intenzioni. C’è chi si ritira dalle Coste perché il vocio insistente di chi approda e riparte non permette alla volontà di sedimentare e chi, invece, va a cercare il Mare per trovare popoli che lo aiutino a tessere la stoffa delle idee che ha raggomitolato nella sua testa, lungo gli anni.

Ognuno col suo cammino, con le sue scarpe, spesso rotte, qualche volta più resistenti e nuove, altre volte scalzi.
In questo cammino senza meta tutti hanno un lumino in mano: serve a schiudere spazi nuovi alle visioni che hanno nel bagaglio.

Mi è sembrato di poterli vedere in questi anni in cui il lavoro e la curiosità mi hanno portato in giro per le strade della Sicilia e del sud più in generale: erano nella vigna alle pendici dell’Etna e in quella, meno fortunata, in un territorio ai margini che aveva perso la memoria della sua vocazione; nella grande azienda che, con un pizzico di audace superbia, ha provato a sporgersi troppo fuori oltre lo Stretto. Ed è caduta. E nell’idea nata per gioco che metteva radici proprio negli angoli più remoti delle provincie di confine e da lì, poi ha spiccato il volo. In chi è andato per tornare e non ci è riuscito, in chi è andato ed è stato richiamato da quelle radici lunghe che gli ammorbano il sangue e lo riportano qui, in questo scampolo di terra in mezzo al mare. In chi è stato bruscamente spedito fuori per dare un nome al sud che portava dentro.

Mi sembrava di poterli vedere, i lumini di questi viandanti affaticati, anche quella sera in sala.
Erano lì per aggiungere al bagaglio qualche pezzo di strada.
Ma come si fa a parlare della luce dove non ce n’è?
Come si fa a trovare il coraggio di mettersi in viaggio?
Quella sera raccontavamo le storie di chi ci aveva provato e c’era anche riuscito.
Quando le strade sono troppo aspre da percorrere, si può prendere in prestito qualche pezzo percorso da altri. Per farsi ispirare, emozionare, motivare. Per trovare la propria strada nel crocicchio degli incroci.
La musica di Francesco Cafiso con “La banda”, omaggio alle intersezioni di quello che è stato e di quello che può essere nel frastuono della Sicilia, ci sommerse tutti.
Era il 15 giugno 2015 e non ero la sola a crederlo. Oggi, grazie alla volontà dell’associazione Melete e del suo presidente Enzo Maria Storaci, entusiasta sostenitore di tutti i Siciliani (e non solo) all’Opera, quell’augurio diventa realtà in questo blog.

Da qui si parte per tracciare il cammino dei viandanti e narrarne le fiamme dei lumini accesi. Per me, che ho solo le parole a testimone, non poteva che essere un viaggio fatto di racconti: ritratti, vicende, sogni, visioni. Di gente del sud anzitutto: quelli che lo erano e quelli che lo sono diventati. Quelli che si ci sentono altalenando la frustrazione all’orgoglio di mescolare nel sangue tante storie d’umanità e genti.

Siracusa, adesso, nell’Isola.
Una mamma e una figlia, costruiscono responsi.
-Che dice il tempo oggi?                   
– Uffa, ci sono un po’ di nuvole.
– Che meraviglia, le nuvole.  Tra poco inizierà a soffiare il venticello leggero. Apri la finestra, che quando arriva il primo raggio di sole non voglio perdermelo.

#Playlist: Ad astra, Veivecura