RITRATTI

Quando non conosci da troppo tempo Arianna Occhipinti, fai fatica a ri-conoscerla. Può accadere che la trovi china su una vite sotto il sole rovente del giugno senza riguardi della Sicilia: un cumulo di polvere ambulante che saltella a mo’ di danza propiziatoria mentre osserva le foglie, ne indaga il colore e lo ripulisce dagli spruzzi sgraditi del tempo. E sembra antica antica, antichissima con le rughe della giornata sulla pelle.

Oppure ricordo le volte che le sono passata accanto, impennando nel polverone bianco del vialetto d’ingresso della sua azienda per cercarla in ufficio, senza pensare che fosse lei quel picciuottu nero come il carbone che stendeva in alto le braccia a raccogliere le olive e se le portava alla bocca con un gesto quasi furtivo, sgranando la polpa con i denti bianchi da ragazzina.

E poi quando la conosci- intendo dire in quel lasso di tempo che può anche essere brevissimo, fatto dei pochi incontri che hanno bisogno due stranieri che parlano la stessa lingua-, la ri-conosci ovunque: nei calzettoni di spugna arrotolati sotto gli scarponi da lavoro, nella maglietta aderente che mostra la femmina sopra la mascolinità dei bermuda di tela grezza; ma la riconosci soprattutto quando parla- perché cammina, cammina sempre- e quando gesticola e si muove dentro le sue idee, tentando di domarle senza farle imbizzarrire, ma senza scalfirne la forza possente che vi si agita dentro.

Arianna è così, dentro i suoi mille vestimenti che ha rubato dall’armadio dei satiri e dagli efebi di questa terra – la sua terra- forza rude affiancata dalla malia della fimmina. Arriva un momento, durante la discussione, in cui lei sgancia il mollettone che le tiene ancorati i capelli alla nuca, e li lascia cadere –neri, lunghi e folti- sulle spalle che appaiono improvvisamente minute: in quella manifestazione appare la donna, la stessa che con cura minuziosa di madre si china sul marciapiede che incornicia il prato nella bellissima coorte interna di Bombolieri, per scacciare due pietruzze che hanno saltato gli argini e stanno tentando di approfittare di uno spazio che non è stato destinato loro.

Il segreto del suo vino (e della sua storia) forse sta tutto lì: nella possibilità di attingere alla conoscenza imprenditoriale e sapienziale di chi il vino, prima di lei, lo ha fatto da tutta una vita; ma senza dimenticarsi dell’antica saggezza esoterica che dimora in lei.

Di come ha percorso mezza Europa prima, e mezzo mondo adesso alla ricerca dell’equilibrio del suo vino, e della sua vita, non voglio raccontarvi. Se avete una manciata di ore potete divertirvi a seguirla nelle sue funamboliche (dis)avventure attraverso le pagine di Natural Woman, il libro che ha pubblicato qualche anno fa con Fandango. È sul dilemma di come fare a mantenere la motivazione, dopo averla acquisita, che la sua storia forse oggi potrebbe ancora dirci qualcosa di inedito: è un piccolo dramma che  ci riguarda tutti; ancora di più in un sud che smentisce ogni premessa che sembrava aver suggerito un istante prima.

Arianna stessa lo racconta, alla fine del libro: ”Sognare è come lanciare un sasso a pelo dell’acqua: sfidare la forza di gravità, rimbalzare, lanciarsi in avanti sperando di fare ancora un altro balzo. Sono brava ad alimentare quello che ancora non c’è, a impastarlo di fantasie e a farlo lievitare piano come facevo col pane delle mie serate milanesi. Sono brava a credere nelle cose che devono venire, ma molto meno brava a mantenerle con convinzione”.

La convinzione traballa sui sassi polverosi delle vigne di Vittoria. E sugli inciampi che questa terra riserva a chi ha il passo troppo svelto. Così Arianna sale e scende i gradini della motivazione, sempre sorretta da quella filigrana della tenacia che a 34 anni spicca come tratto distintivo. I suoi crucci sono soprattutto due: Vittoria e i suoi giovani.

Come se lei avesse oramai acquisito lo stadio di una maturità che la allontana dalla leggerezza giovanile. La stessa che non sopporta quando si traduce in superficialità,  arretratezza, chiusura. La stessa che rimprovera a qui ragazzi di un istituto superiore a cui lei ha aperto le porte dell’azienda per un progetto di alternanza scuola-lavoro e che dopo qualche giorno hanno preferito abbandonare la vigna e i suoi racconti, perché era faticoso. “Come se la fatica fosse una nemica a cui scampare. Come se non fosse quella che ti insegna ogni cosa valga la pena di portare avanti e lasci indietro gli scarti, quelli che invece no, non lo meritano”.

Arianna gesticola quando si infervora e lo fa sempre quando parla di Vittoria, la sua città, la stessa che “fino a una manciata di anni prima era la terra del vino e oggi non se lo ricorda più nessuno che ci sono terre che ci aspettano, che c’è ancora succo da fare scorrere. Dimenticata, da tutti, perché è faticosa o perché non ha l’appeal di una start up. E invece è proprio qui che io ho fatto la mia, è qui che tanti ragazzi di Vittoria potrebbero trovare il racconto che li aspetta, le risorse di un lavoro, il sogno di poter fare la differenza con le proprie mani”.

Arianna Occhipinti al lavoro.
Arianna Occhipinti al lavoro.

La differenza Arianna però non rinuncia a farla. Non solo per la sua azienda, che oramai vola sulle pagine delle critiche dei giornali di ogni lingua, né solo per i palati di chi i suoi vini li accarezza con cura; ma per la sua terra e per quei ragazzi incorreggibili che hanno dentro un sangue siccagnu e bollente che ancora non sanno riconoscere bene. A Bombolieri, nella nuova tenuta che ha accolto da qualche anno l’azienda Occhipinti, c’è una stanza tutta bianca disseminata di banchi e sedie. Lì Arianna ama accovacciarsi ogni tanto come un ragazzino che si sta prendendo le ferie dalla realtà, con gli occhi sgranati a osservare il tetto di legno e le pareti pulite. Lì Arianna sogna di riempire sedie e banchi con ragazzi che vengono da tutto il mondo per imparare il linguaggio del vino.

“Qui farò la mia scuola di viticultura. Qui inviterò gli amici del vino che oggi ho in giro per tutto il mondo: chi lo è diventato negli anni di studi e chi invece ha stappato con me una bottiglia a tavola per ritrovarsi a discutere notti intere su come e perché produrre un vino buono. Questa terra mi ha dato tanto e a questa terra voglio restituire. Ai suoi ragazzi, anzitutto, mettendoli a contatto con i loro coetanei che di vino sognano attraverso gli acini di altre uve”.

Si affaccia fuori, dalla grande porta finestra che si apre sul grande quadrato del cortile erboso interno accovacciato tra i muri di pietra antica che lo circondano: ”Mi sembra di vederli qui a frotte, che ridono, si spintonano, si confrontano sulle lezioni. L’ho sognata dal primo momento in cui sono entrata qui dentro quest’ aula. Non so ancora come e quando, ma qui ci porterò un piccolo campus. Perché questi ragazzi se lo meritano e lo merita Vittoria”.

Arianna Occhipinti tra i filari delle viti, Vittoria.

Arianna Occhipinti tra i filari delle viti, Vittoria.

Il sole cala e Arianna rientra nel suo iperattivismo: c’è la spesa da fare, le attività di domani da organizzare, la mail a cui rispondere prima che il giorno sfugga, i biglietti per la prossima tappa da comprare. La lista è lunga e mancano ancora troppe cose perché sia completa. Arianna Occhipinti lo sa e le elenca a chiusura di Natural Woman. Se sopravvivete alle risate del capitolo “Le vostre chiavi ce le hanno i vigili urbani”, sono certa che riuscirete a sentire anche i sussurri che si riversano a frotte nel cortile di Bombolieri. Ci sono ragazzi che saranno qui e non lo sanno ancora. Come le fiammelle negli occhi di questa Giamburrasca del sud che ogni giorno ha bisogno di un sogno per non perdere la motivazione.

Forse è proprio questo il segreto.