Per questo gli uomini muoiono: perché non sanno ricongiungere il principio con la fine
(Alcmeone di Crotone, medico della Scuola Pitagorica)

 

Ci sono tanti modi per essere siciliani. Questa terra dall’identità così molteplice e panica, malgrado lei,  continua a sorprenderci attraverso le storie dei suoi figli. Quelli migliori.

Possiamo domandare cosa significa essere nati in Sicilia e quale eredità se ne può distillare ai due fratelli Alderuccio, Stefano e Gianluca che, partiti da Noto giovanissimi, oggi tornano a renderle omaggio, uniscono passato e presente, saldano generazioni  con testa e cuore, storia familiare a storia collettiva con una operazione di raffinata ricerca e autenticità. Da Noto a Grasse, patria della parfumerie francese, e ritorno.

Si può tornare a casa catturati da una fragranza misteriosa ed impalpabile che, come la madeleine di Proust, ci restituisce intatta la malìa inquieta di certi tramonti d’estate, l’assolo di cicale e grilli da una terrazza intagliata nell’oro caldo della pietra, e ritrovare, fuori dal tempo, il senso segreto di un istante scolpito nella memoria: quel gelsomino che a sera si schiude e disperde struggente il suo profumo, contro un cielo punteggiato di rondini.

Salvatore Scorsonelli

Si può ritornare bambini e giocare fra petali di mandorlo che, a primavera, ammantano di bianco la terra nera della campagna siciliana e sentirne il dolceamaro della sua essenza, le lotte aspre dei contadini, la durezza della fatica riscattate da una imprevedibile e provvida dolcezza che pasticcieri come alchimisti trasformano in paste morbide, frutta di zucchero, confetture, granite. Il profumo ti viene incontro lungo le vie antiche lastricate di pavè nero e ciottoli di fiume. Un rapimento dei sensi, promesse di indugi meditativi del gusto, di esplorazioni olfattive al confine fra eccessi e sobrietà. Autenticità. Ricerca pura.

Si può ascoltare il racconto di una Sicilia che non c’è più, e farla rivivere, storditi dalla luce abbacinante. Nell’odore profondo della zagara, presentire la forza del sole che fa rosse e succose le arance amare, e scoprire pagine inedite di una civiltà di siciliani industriosi e ingegnosi che solo mezzo secolo fa distillavano dai fiori della zagara il Neroli, l’essenza siciliana più pregiata per mandarla in Francia perché diventassero eau de parfum.

E così il nostòs, il ritorno, si illumina di bianco e si profuma con i toni un po’ epici e un po’ poetici di un cunto popolare.  Lungi dall’essere una banale operazione “nostalgia”, la storia di questi profumi di altissima qualità  dallo stile contemporaneo, è un modo di dire Sicilia, un modo colto e intraprendente di rinascere, atto di riconoscenza ad una terra, inebriante e mitica che entra nel respiro e nel sangue, diventa talento.

Stefano Alderuccio
Gianluca Alderuccio

 

 

 

 

 

 

Negli anni ’50, nella città barocca di Noto, in una Sicilia poetica dalla natura ancora intatta, Salvatore Scorsonelli, nonno materno di Stefano e Gianluca, intraprende un’attività di fabbricazione di essenze floreali ed in particolare di zagara, il fiore delicato e inebriante dell’arancia amara. È in Via dei Mille, di fronte alla sua casa, in un grande orto con piante di gelsomino, mandorli, agrumi, che Salvatore installa la distilleria in cui per più di dieci anni fabbricherà una delle essenze più preziose utilizzate per la formulazione dei profumi. L’essenza, di grandissima qualità, estratta tramite la distillazione in corrente di vapore, era destinata ai parfumeurs di Grasse, in Francia. “Da bambini giocavamo spesso nell’orto dei nonni. Con i miei fratelli penetravamo in quel luogo misterioso che erano le rovine delle distilleria. Il tetto cadeva giù, gli alambicchi, i flaconi, le caldaie erano ricoperti di polvere, ma le mura erano ancora impregnate di profumo d’essenze, un profumo che non ho più dimenticato.” Nei ricordi di Stefano la traccia indelebile di quell’infanzia. Gli anni passano, i giovani dal Sud si spostano verso il Nord, studiano.  Si va lontano per cercare il successo, la realizzazione.  Laureato in Economia alla Bocconi di Milano, Stefano  gira il mondo lavorando come manager per grosse aziende per poi stabilirsi in Francia, Gianluca invece è creative director e designer a Milano. 

Ma arriva il momento in cui le radici tirano, potenti e padrone, verso la terra madre. Dai cassetti della memoria, elusiva ed impalpabile come un profumo,  ritornano il laboratorio di Via dei Mille, il nonno Salvatore e i suoi alambicchi. Una storia bellissima della Sicilia che gli Alderuccio vorrebbero non andasse dimenticata.

 Nel 2011, Stefano, anima inquieta e creativa, inizia a lavorare al progetto di rinascita dell’attività familiare legata alla profumeria, si mette sulle tracce del nonno per capire i motivi per cui quell’attività ricca di ricordi e di aneddoti, di cui si parlava spesso in famiglia, si fosse interrotta, e per vedere se non fosse in qualche modo possibile resuscitarla. Con Gianluca e il parfumeur francese Jacques Chabert lavora per far rinascere l’attività legata alla profumeria che la sua famiglia aveva iniziato a Noto, in Sicilia, negli anni ’50. È così che inizia allora un viaggio nel mondo delle fragranze, un viaggio che dalla distilleria abbandonata di Via dei Mille, porterà nuovamente Stefano da Noto, dalla punta estrema della Sicilia, a Grasse, a Parigi, a Firenze, per poi ritornare di nuovo in Sicilia alla ricerca dei migliori artigiani, delle migliori materie prime siciliane con una sola idea: far rivivere quei profumi.

Nasce IANCO, frutto di un lavoro di ricerca esigente e della selezione di materie prime di origine siciliana. Una condizione essenziale, la sola che può far rivivere un pezzo di storia familiare legata alla profumeria e strettamente connessa alla storia manifatturiera della Sicilia, che fino alla seconda metà del ‘900 ha prodotto essenze estratte da frutti, fiori e piante locali destinate all’industria della profumeria francese. Un’attività che, con qualche eccezione, scomparve bruscamente per l’introduzione delle sostanze sintetiche nella fabbricazione dei profumi e lo sviluppo dell’attività estrattiva in paesi con costi di produzione più bassi come il Nord Africa. I fratelli Alderuccio ci lavorano per quasi due anni.

Di Gianluca è il linguaggio visivo di Via dei Mille · Sicilia, un universo estetico che rivisita la tradizione, lontano dagli stereotipi.  Nei dettagli spesso ignorati, negli elementi decorativi minori, nei ricami e nei fregi, nei disegni delle maioliche, nell’eleganza dei balconi in ferro battuto, trova ispirazione per costruire un immaginario evocativo e originale. Un processo creativo che ha visto vari stili dapprima sovrapporsi, poi disgregarsi, per riapparire infine nella raffinata forma di un “minimalismo barocco”. Anche nel packaging Stefano e Gianluca hanno voluto fedeltà al concept del progetto. I profumi Via dei Mille · Sicilia sono confezionati infatti in flaconi provenienti da una delle più antiche vetrerie italiane, e custoditi in un cofanetto realizzato con pregiate carte naturali. Ogni cofanetto è rivestito da una guaina su cui sono impressi a sbalzo i motivi rivisitati di antichi decori siciliani. La collezione IANCO, in particolare, riprende i disegni di alcune pavimentazioni storiche in maiolica di un suggestivo convento settecentesco nei pressi della città di Noto.

La dominante di bianco impreziosito da dettagli in nero, che caratterizza il packaging, rimanda agli interni delle chiese e dei palazzi tardo-barocchi che, a differenza delle sofisticate facciate, sono spesso rivestiti da un intonaco bianco sul quale stucchi ed elementi decorativi scultorei risaltano sottolineati da sottili bordature di colore nero.

Dagli anni ’50 al 2017. Un cerchio che si chiude, si ricongiunge il principio con la fine. Si torna a Noto, in Via dei Mille.

 

 

 

 

Via dei Mille · Sicilia: da Noto a Grasse e ritorno

Santina Giannone
Santina Giannone

Siciliana, mamma. E poi giornalista, consulente aziendale e dottoressa di ricerca in Scienze Cognitive. Credo nella commovente capacità di chi vuole, fortemente vuole. E quando vacillo rileggo Calvino: “L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Categorie: STORIE
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